venerdì 18 maggio 2012

MONTI, DELOCALIZZA LEI



DOPO LA STORICA OCCUPAZIONE DEL RED CARPET , 
IL MONDO DELL'AUDIOVISIVO 
TORNA UNITO  A DIFENDERE LA PROPRIA DIGNITA'  

MARTEDI' 29 MAGGIO ALLE 17:30

TUTTI IN PIAZZA MONTECITORIO 
per chiedere al 
GOVERNO MONTI DI RINNOVARE SUBITO IL CDA DELLA RAI


Gli autori e i lavoratori dell’audiovisivo denunciano l’immobilismo del Governo e del Parlamento di fronte allo stravolgimento della missione di servizio pubblico della Rai e al baratro cui la gestione editoriale e aziendale, chiudendosi a qualunque forma di dialogo, sta trascinando l’intero settore del cinema, della fiction, del documentario, del film d’animazione e dell’intrattenimento.

Invece di intervenire sulla progressiva dequalificazione culturale e di intaccare sprechi e privilegi dell’elefantiaco apparato, si sono fatti 150 milioni di tagli agli investimenti sul prodotto, con decine di opere cancellate, e migliaia di giornate lavorative perdute.
Un danno economico e culturale incalcolabile: per l’azienda, per i lavoratori, per gli spettatori e per tutti i cittadini italiani.

L’audiovisivo, come tutto il settore della creazione culturale, non è un costo, ma una formidabile risorsa. Per ogni euro investito, ne produce 2,1.

Chiediamo dunque che il Governo operi per consentire il rinnovo immediato del Consiglio di amministrazione e della Direzione Generale sostituendo la dottoressa Lei e il resto dell’attuale gruppo dirigente con personalità di riconosciuto valore e autonomia in grado di mettere al centro del progetto di rilancio dell’azienda la sua missione di servizio pubblico e un profondo rinnovamento culturale, editoriale e gestionale.

Per ridare nuovo slancio a un’industria di importanza strategica per il paese, che occupa 250 mila lavoratori, occorre nell’immediato:

·      la ripresa di una politica di investimenti sull’audiovisivo che rinunci all’acquisto di format stranieri e promuova la diversificazione delle opere, attraverso la ricerca di nuove idee, nuovi autori, nuovi modelli produttivi, nuovi pubblici e un grande progetto di investimento editoriale che accolga la sfida della trasformazione di modelli estetici e produttivi innescata dal web

·      la cessazione immediata delle innumerevoli pratiche vessatorie che la Rai impone sui contratti degli autori, dei lavoratori, dei documentaristi e anche dei produttori, insieme a un impegno diretto alla definizione dei contratti collettivi degli autori e degli attori

·      l’apertura di un processo di consultazione pubblico e aperto a tutti i portatori di legittimi interessi per il nuovo Contratto di Servizio 2013-2015, che recepisca quanto necessario per un rilancio qualificato dell’industria italiana dell’audiovisivo

·      la fine della pratica della delocalizzazione che non solo danneggia gravemente gli artisti, i lavoratori e l’erario italiano, ma compromette la qualità delle opere e dunque i diritti degli spettatori
·      una radicale riforma della regolamentazione sulle quote di investimento e programmazione che favorisca la produzione originale di opere indipendenti europee e italiane

La Rai deve tornare a essere protagonista del rinnovamento culturale del paese.

domenica 5 febbraio 2012

IL TURNING POINT DEI DOCUMENTARISTI



 
Lo scorso 5 dicembre le associazioni DocIt e 100autori, con il sostegno di AGPC, ANAC, ASIFA, ART e SACT hanno organizzato una manifestazione in cui invitavano a indire un secondo TURNING POINT degli autori, dopo quello del 20 giugno, stavolta dedicato al documentario.

Si trattava e ancora si tratta, come è stato per giugno, di un impegno da prendere in modo unilaterale, singolarmente come autori e collettivamente come associazioni, per impedire lo svilimento (o peggio lo sfruttamento gratuito) di un prodotto artisticamente complesso come il documentario, quasi fosse equiparabile a un filmato di sostegno a un servizio giornalistico.

Alla fine di gennaio sono arrivate 250 firme al documento che qui sotto vi presentiamo.

Vi invitiamo a copiarlo, stamparlo e inviarlo firmato con il vostro nome e cognome alla SACT sia per posta (via Montello, 2 - 00195 ROMA) o per email (segreteria@sact.it) o per fax (063725932).
 

PIU' FIRME AVREMO, PIU' GLI AUTORI AVRANNO FORZA,
PIU' LE ASSOCIAZIONI  ACQUISTERANNO CREDIBILITA',
PIU' TURNING POINT SEGUIRANNO.

DECIDI TU, NON LASCIARE CHE SIANO GLI ALTRI A SCEGLIERE PER TE  



Le associazioni DOC IT e 100autori, con il sostegno di AGPC, ANAC, ASIFA, ART e SACT, denunciano il perdurante utilizzo da parte della Rai, nei rapporti con gli autori e i produttori di opere documentaristiche, di pratiche contrattuali scorrette in quanto volte a disconoscere sia il carattere autoriale di dette opere (e pertanto i diritti morali ad esse connessi) sia i diritti economici derivanti dalla loro utilizzazione.
I firmatari di questo documento - soci e non soci delle suddette associazioni - condividono il contenuto della presente denuncia e - constatato che nessun fattivo riscontro è stato dato dai vertici aziendali ai vari tentativi di instaurare un dialogo operati dalle predette associazioni - riconoscono la sopravvenuta necessità di una scelta unilaterale.
I firmatari s’impegnano pertanto, da ora innanzi:
1) a non assecondare richieste di qualsivoglia emittente televisiva volte a ottenere che il diritto di diffondere, in sede televisiva, le opere documentaristiche, di cui sono autori e/o produttori, sia concesso a titolo gratuito;
2) a non firmare clausole contrattuali in cui si richieda di dichiarare che le proprie opere non hanno carattere autoriale bensì siano solo meri "filmati" e, pertanto, di rinunciare all'equo compenso spettante per legge in occasione della loro messa in onda.
Le associazioni firmatarie degli autori e dei produttori, s’impegnano a sostenere i firmatari del presente documento nel caso dovessero incorrere in una qualsiasi ritorsione per aver tenuto fede all’impegno preso.

Data                                                                                                                                         In fede                   
Nome e cognome in stampatello
Firma                    

domenica 29 gennaio 2012

APPELLO DEGLI AUTORI SIAE SUL FONDO DI SOLIDARIETA'


AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO
AL MINISTRO DEI BENI CULTURALI.
p/c AL COMMISSARIO SIAE

Gli autori iscritti alla SIAE si rivolgono a Voi, massime istituzioni dello Stato, al fine di ottenere un Vostro autorevole intervento in merito ad un atto che consideriamo molto grave.

Ci riferiamo alla delibera con cui si aboliscono le erogazioni -i cosiddetti assegni di professionalità- del Fondo di Solidarietà della SIAE, firmata dal Commissario Straordinario in presunta conformità al mandato presidenziale di risanamento economico della Società. Gli autori accolgono criticamente il provvedimento e, in primo luogo, ritengono inaccettabili le modalità d'applicazione della delibera stessa.

Da decenni consideriamo i sussidi erogati dal Fondo di Solidarietà un diritto acquisito, sul quale contare per compensare in età avanzata la mancanza di regolari entrate da lavoro -comunque precario ad ogni età- o l'assenza di pensione, a volte impossibile da ottenere per la difficoltà di raggiungere i requisiti per l'accesso alle prestazioni previdenziali.
La condizione di insicurezza economica riguarda la stragrande maggioranza dei beneficiari del Fondo di Solidarietà. Dal 15 Novembre 2011, con la firma della delibera, il loro diritto ad un sostegno economico, per altro piccolo, è stato totalmente cancellato con effetto immediato. Con esso la polizza assicurativa collettiva collegata al Fondo. Siamo sgradevolmente colpiti dall'indifferenza mostrata dalla gestione commissariale per gli effetti devastanti sul piano umano che un' applicazione così brutale del provvedimento comporta.

In secondo luogo, gli autori criticano duramente che sia la sola gestione commissariale a decidere il nuovo utilizzo dei circa 87 milioni del Fondo di Solidarietà. Ci domandiamo: perché questi soldi, frutto del versamento di una percentuale dei diritti di ogni autore (il 4%) e di ogni editore (il 2%), a scopo solidaristico, devono essere per decisione commissariale solo parzialmente usati a tale scopo e per il resto genericamente utilizzati a "favore degli autori?" Non toccherebbe forse a chi, per imposizione statutaria, li ha versati, decidere se chiederne la restituzione o stabilirne un differente e dettagliato utilizzo?


Noi autori comprendiamo e condividiamo le finalità di "risanamento e rifondazione" della SIAE contenute nel mandato presidenziale e concordiamo che il regolamento del Fondo vada riformato per non contravvenire alle leggi normative delle Casse Previdenziali, ma contestiamo l'affermazione della gestione commissariale che l'erogazione dei sussidi,  una volta estesa a tutti gli autori professionisti, non sia sostenibile dal Fondo stesso e dunque dannosa per la SIAE. La contestiamo perché il Fondo è a gestione separata dal bilancio SIAE e perché la questione è stata a lungo vagliata da un comitato di autori ed esperti, in precedenza incaricato della stesura di un nuovo regolamento per il Fondo. Regolamento oggi non accettato dagli organi di vigilanza, nonostante i loro rappresentanti seduti nel CdA, per anni abbiano condiviso le discussioni sull'argomento senza mai sollevare eccezioni di illegittimità.

Il nostro suggerimento è che si tenga conto delle indicazioni fornite da questo regolamento, efficace in senso economico e rispettoso della finalità di mutua assistenza, per cui autori più fortunati offrono sostegno a colleghi professionisti, nella comune consapevolezza che il nostro lavoro è precario e sempre suscettibile di alterne fortune. In attesa, ovviamente, che anche per gli autori arrivi finalmente il tempo di una legge che ne garantisca ammortizzatori sociali e welfare.

Per tutti questi motivi confidiamo sul Vostro intervento affinché venga annullata la delibera relativa al Fondo di Solidarietà e sia restituita validità al vigente regolamento finché organi sociali democraticamente eletti non provvedano tempestivamente alle modifiche più opportune.

Seguono le firme delle associazioni del MovEm09 e di più di 200 autori.

***

SE VUOI ADERIRE ANCHE TU A QUESTA  RICHIESTA, manda una email con il tuo nome e cognome a segreteria@sact.it
 ***
Il commissario Rondi ha indetto una riunione il 31 gennaio  per discutere cone le associazioni degli autori sulla questione del Fondo di Solidarietà.

venerdì 13 gennaio 2012

La società Einstein scrive alla SACT, la SACT risponde


Il 7 dicembre abbiamo pubblicato sul nostro sito una lettera di un gruppo di sceneggiatori, registi, attori e maestranze al Fatto quotidiano. La società Einstein ha letto la lettera sul nostro sito, ha risposto in privato agli sceneggiatori e ha scritto alla SACT la lettera di contestazione che pubblichiamo qui sotto e che è già pubblicata anche sul loro sito. 

Alla Einstein abbiamo da dire questo:
"In relazione al contenuto della "lettera" pubblicata sul nostro sito in data 7.12.201 , da Voi contestato,  precisiamo quanto appresso:
1) Appoggiamo integralmente il contenuto della lettera degli sceneggiatori, registi, attori e maestranze che è, peraltro, pienamente confermato dalla Vostra "lettera di contestazione" di cui chiedete la pubblicazione.
2) Non abbiamo nessun obbligo di pubblicare la Vostra "lettera di contestazione", ma  poichè teniamo alla trasparenza, la rendiamo nota  non per obbligo, ma - appunto - per libera scelta.
3) E' inutile che raccontiate a noi quanto raccontate nella lettera: altri dovrebbero essere gli interlocutori istituzionali data la gravità dei contenuti. Le vostre questioni con terzi, non ci riguardano. Resta il fatto incontrovertibile che siete imprenditori gravemente inadempienti che non pagano i lavoratori  (nostri iscritti e non).
Quanto sopra per la chiarezza"

Ed ecco la lettera di Einstein:


Vorremmo rispondere alla Vostra lettera pubblicata dal sito www.sact.it - ispirata dall’inchiesta de il Fatto Quotidiano del 3 dicembre scorsoche ha pubblicato, in anticipo rispetto ad altri giornali, una risicata sintesi dei materiali di una nostra denuncia (testo, audio e video) – chiarendo alcuni elementi:
- Per primi abbiamo creduto nel progetto Agrodolce. I primi, e unici, investimenti strutturali realizzati fino ad ora sul territorio sono stati esclusivamente del gruppo Einstein: né RAI, né Regione Siciliana, né Invitalia, né qualunque altro ente ha ad oggi contributo in alcun modo alla costruzione degli studi.  Per questo appare offensiva ogni provocazione di dirigenti pubblici, RAI, che non avendo mai rischiato un solo euro che non fosse denaro dei contribuenti danno oggi lezioni d’imprenditoria privata.
- La BTL non ha una sede fantasma, infatti i 40 decreti ingiuntivi che ci sono stati recapitati sono assolutamente reali. La BTL (Below The Line) è la società del Gruppo Einstein che si occupa di contrattualizzare il “sotto la linea” della produzione: maestranze e troupe di Agrodolce. Ha sede legale a Messina presso gli stessi uffici che ospitano la sede legale della Med Studios SpA, che per il gruppo Einstein amministra gli stabilimenti di Contrada Cozzo Impalastro. Le due società hanno sede in Sicilia proprio per ribadire l’intenzione originaria del gruppo d’investire sul territorio siciliano. Com’è stato.
- Einstein non è pagata da ormai più di un anno da RAI per una somma superore a 11 milioni di euro. Il Gruppo Einstein è riuscito ad anticipare questa cifra fino a quando, interrompendosi la disponibilità delle banche ad ampliare ulteriormente il credito, ha dovuto arrendersi. A pagarne il prezzo, fino ad ora, sono stati tutti i lavoratori che non hanno visto retribuite le ultime settimane del loro impegno e il nostro Gruppo che è rimasto scoperto per l’intero ammontare di quella cifra già utilizzata per tenere la produzione in vita fino all’ultimo giorno delle riprese.
Le conseguenze drammatiche che ne sono seguite sono evidenti e questa situazione ha prodotto ferite che non possono valere solo per alcuni lavoratori e non per altri. Non ci sono diritti buoni per alcuni e non per altri. O ancora: lo stesso diritto, il diritto a essere pagato, non può essere sacrosanto e inoppugnabile per gli uni e un dettaglio o un pretesto per altri. Non esistono lavoratori figli di un Dio minore.
Colpisce però rilevare come alcuni vertici RAI, da una parte, abbiano assistito, apparentemente impotenti, a questo soffocamento finanziario e, dall'altra, abbiano soffiato sul fuoco del disagio, strumentalizzando una sofferenza vera e reale, di cui erano causa, per cercare di trarne vantaggio dagli effetti.
Noi non siamo pagati, Voi non siete pagati.
Sono pagati invece i dirigenti RAI, e con retribuzioni regolari e monumentali, che in questi mesi hanno spiegato a Voi, anche pubblicamente, che il problema era la nostra società. Per replicare a questi argomenti Vi alleghiamo semplicemente la riposta del Presidente del gruppo, Luca Josi, all’editore Minoli.
Non sono puntualizzazioni sterili ma la Vostra stessa lettera ribadisce che troppe informazioni Vi sono state fornite per cavalcare il Vostro disagio o alimentarlo verso una tensione di cui ora vanno a chiarirsi, giorno dopo giorno, gli obiettivi. Quando Voi affermate che “il costo di un episodio di Agrodolce – e di conseguenza il budget stanziato – è effettivamente più alto di quello di ogni altra soap in onda sulla televisione italiana” è immaginabile che per sottoscrivere una dichiarazione tanto conclusiva e impegnativa siate stati supportati dal conforto tecnico di qualche esperto.
Per spiegarVi quanto sia fuorviante questo dato e quale sia la malafede di chi Ve lo ha fornito basti citare quattro elementi:
1      – GIOVANNI MINOLI, INTERVISTA A PRIMA COMUNICAZIONE, GENNAIO 2008: “La soap ha attraversato parecchie traversie ed è quasi un miracolo averla condotta in porto per 91mila euro a episodio, un costo più basso di Sottocasa e Incantesimo (altre soap opera RAI )”. (Allegato 1)

2      – PAOLO BISTOLFI, VICE DIRETTORE RAI FICTION, 3 FEBBRAIO 2011: "Un posto al sole costa meno perché lo facciamo negli studi di Napoli ma se andassimo a farlo fuori costerebbe a dir poco uguale" .
3      – PIANO FICTION 2010: La cifra indicata (Allegato 2) è di 22.700.000. La cifra del contratto (Allegato 3) è stata abbassata a 21.000.000 dopo un  taglio ulteriore richiesto da RAI. Quindi dopo aver riconosciuto alla produzione una perdita di oltre 2.740.000 euro (monitoraggio SIM per RAI, perdita per la sola produzione della serie che non include la realizzazione degli studi e il fermo diAgrodolce per quasi due anni) RAI taglia ulteriormente il budget previsto per la seconda serie: da 22.700.000 a 21.000.000. Per questo, se il valore del contratto è di 21.000.000 €, diviso per 230 puntate, darà luogo a un costo unitario a puntata di 91.000 € (21.000.000 : 230 = 91.000). Ora, due cose: la prima sarà evidente che tanto Un posto al sole quanto Agrodolce siano soap (lo vedete scritto nell’Allegato 2 del Piano di Produzione 2010). La seconda è che la cifra di Un posto al sole risponde solo al sopra la linea (attori, sceneggiatori, registi). Il restante costo è interamente caricato sugli studiRAI di Napoli (che è la vera ragione per cui è nato Un posto al sole: far lavorare il centro di produzione partenopeo che stava per chiudere). Per questo siete stati, immaginiamo per anni, indotti a pensare che Agrodolce fosse un prodotto economicamente più ricco. Non è così, come conferma il vice direttore di RAI Fiction: “Un posto al sole costa meno perché lo facciamo negli studi di Napoli ma se andassimo a farlo fuori costerebbe a dir poco uguale" . E, com’è notorio, Agrodolce ha qualità ed esterni di molto superiore, fino a 4 o 5 volte, a quelli di Un posto al sole. Conclusioni: qualcuno ha raccontato dei dati non veri. E' l'ennesima, infaticabile, bugia che, da anni, per zizzania e per sobillare, viene comunicata da chi sapendo benissimo come stanno le cose vuole disinformare chi, facendo un altro lavoro, non può sapere tutto ciò. E se questi dati Vi fossero stati forniti da persone all’interno dell’azienda RAI, da interlocutori che conoscono benissimo la realtà della produzione, tutto questo apparirebbe ancora più grave. Quindi se Agrodolce è un prodotto produttivamente più ricco, più costoso con più esterni (come i dirigenti RAI riconoscono e dichiarano) come può costare “a dir poco uguale” alla RAI? Com’è possibile? Chi ci perde? La Einstein, la RAI, Minoli? Noi abbiamo fornito un aereo per la tratta Roma-Palermo. Se il pilota si invaghisce di Hollywood, vira alla volta di Los Angeles e l’aereo, evidentemente, non arriva dall’altra parte dell’oceano e si schiantandosi in mezzo al mare, di chi è la colpa? Dei passeggeri? Del personale di bordo? Dell’aereo? O del pilota e della compagnia aerea che lo ha incaricato senza controllarlo?
Allegato 2
 

Noi eravamo una bella azienda, la seconda in Italia per dimensione produttiva e finanziaria (solidità raggiunta con più di 5.000 ore di prodotti realizzati per il prime time dei principali broadcaster). Avevamo, oggettivamente, il miglior direttore generale per la lunga serialità televisiva (parliamo spesso di meritocrazia: ecco, Wayne Doyle la incarnava).
Cos'è successo allora?
Abbiamo cominciato a registrare - non intercettare. E basta un telefonino - quando le proposte e le azioni che si palesavano stridevano col codice civile e penale.
E meno male che è stato fatto. Ad ascoltare le reazioni d'impermeabile indifferenza e impunità che si ascoltano oggi, immaginiamo l'ironia e lo scherno con cui sarebbero state accolte queste denunce se supportate solo da una memoria orale (oltre al fatto che episodi negati con fermezza, prima, sono stati “ricordati” dopo che le registrazioni sono emerse).
Non abbiamo tardato a comunicare la situazione che andava via a costituirsi, come Voi scrivete, è che alla base delle denuncie civili e penali depositate nel corso di questi mesi.
Abbiamo provato in ogni modo a segnalare tutto questo, e in ogni forma, agli organi competenti (che non sono gli autori, gli attori, i registi, la troupe e quanti altri hanno contributo a realizzareAgrodolce ma l'editore committente).
Così, il 16 luglio 2010, denunciavamo al Direttore Generale RAI, Mauro Masi, e al Direttore di RAI Fiction “di essere in attesa, da oltre un anno, di partire – con conseguenti costi in aumento -  ed appare singolare – oltre che provocatorio – che si attribuiscano a Noi responsabilità inesistenti per fini dilatori che congiuntamente ad un’azione diffusa di comunicazione screditante, tanto in forma pubblica che nella dimensione riservata aziendale, raffigura un inquietante quadro di continue pressioni ed interessi, che sembrano costruirsi intorno a questo contratto purtroppo oggetto di attenzioni e di visioni “proprietarie” che dovrebbero esulare dalla gestione di un’azienda pubblica e con essa dalla spendita oculata di denaro erariale. Quindi tutti i passaggi sono stati quelli di provare a denunciare ai dirigenti competenti quanto andava a configurarsi.
Abbiamo ricevuto solo silenzi dai vertici e sempre più insofferenza, e molto altro, dai responsabili esecutivi.
Alla fine abbiamo dovuto fare una causa civile conoscendone le ricadute. La RAI, per sua politica, chiude ogni rapporto con chi le fa causa e così è avvenuto per Top of the Pops nonostante fossimo in palinsesto per la nuova stagione (e anche lì non pagati da un anno).
Alla fine non è rimasto che depositare cause civili e penali e affidarci alle magistrature competenti.
Con questo, comprendiamo, senza l’obbligo di condividerla, la necessità di vedere in RAI un primario interlocutore. Noi siamo una delle tante società che lavorano per il mercato. La RAI rappresenta oltre il 50% del mercato stesso.
E’ vero altrettanto che se moriremo noi, morirà un tentativo industriale che disincentiverà a lungo altri operatori a portare sul territorio siciliano nuove iniziative che non siano sporadiche ed episodiche.
A conclusione di questa nostra lunga lettera vorremmo ribadire l’incredulità per le frasi del più stretto collaboratore di Giovanni Minoli, rilasciate in data 4 dicembre 2011, e mai biasimate, disconosciute o condannate da nessun dirigente RAI: “ Si sa che quando le produzioni vanno in Sicilia, devi sottostare alle regole legate alle tradizioni dell’isola: non puoi sceglierti liberamente le comparse che vuoi tu, c’è qualcuno che te le porta”  aggiungendo ho chiamato Josi, e lui mi fatto una scenata incredibile, dicendo che lui ‘ rapporti con mafiosi non li voleva avere, mai e poi mai”.
Non si tratta di allusioni, nostre, ma di vere e proprie dichiarazioni del protagonista in oggetto.
Affermazioni confermate dagli arresti del comando dei Carabinieri di Palermo del 14 dicembre 2011, dieci giorni dopo l’intervista del dirigente RAI, sulla produzione “Squadra Antimafia” le cui riprese si svolgevano a pochi chilometri dalla nostra serie.
Tutto questo è normale? E’ normale l’omertà e il silenzio su questa vicenda? O forse si fa spazio l’idea che così è sempre stato e così deve continuare ad essere? In ogni cosa.
Einstein Fiction

lunedì 19 dicembre 2011

MI SONO REGALATA L'ASSICURAZIONE (e ho fatto bene!)




Ho sempre diffidato delle Assicurazioni, soprattutto se raccontano di offerte mirabolanti come fa l'ASSIDAI, l'assicurazione che, per noi autori, è possibile sottoscrivere solo se si è soci della SACT o dell'ANART. L'anno scorso però mi sono incuriosita, sono andata a parlare con LEONARDO PREZIOSI, il responsabile a cui facciamo riferimento noi iscritti SACT e ANART, e ho scoperto un paio di cose che mi hanno spiegato l'eccezionalità di questa ASSIDAI.
Prima di tutto il fatto che... NON è un'assicurazione!
In realtà è un fondo no profit  creato dalla Federmanager, a vantaggio dei loro iscritti, in genere dirigenti e quadri di alte professionalità. Ovvero l'ASSIDAI non ha scopo di lucro dunque a differenza delle altre Assicurazioni, che tendono a defilarsi se sei malato, l'ASSIDAI "accoglie iscritti indipendentemente dall'età e dallo stato di salute",  così come scritto nella sezione Missioni e Valori del suo sito.
Ovvero ti accettano senza chiedere la verifica del tuo stato di salute, indipendentemente dalla tua età e non possono negarti il rinnovo della polizza.
Altre grande vantaggio: se sottoscrivi la polizza per te, proteggi anche il tuo nucleo familiare.  Il marito, nel mio caso, ma anche figli o compagno/a.


SACT e ANART possono accedere a questo fondo no profit perché, unite come FNSA (Federazione Nazionale Sindacato Autori), fanno parte della CIDA, (Confederazione delle Alte Professionalità), dove la Federmanager è la federazione di punta. Noi autori quindi abbiamo gli stessi privilegi dei manager... Una volta tanto trattati con il rispetto
che la nostra professione merita!  
Scherzi e privilegi a parte, la cosa che mi ha convinto a sottoscrivere la polizza è la convenienza del costo. Potete trovare QUI i vari prezzi e la descrizione dei servizi. Le opzioni che ci riguardano sono la:
"BASE SOSTITUTIVA",
"RICOVERI SOSTITUTIVA",
"ARCOBALENO SOSTITUTIVA".
Io, l'anno scorso, ho sottoscritto una polizza "ARCOBALENO SOSTITUTIVA", l'opzione più completa, che prevede ricoveri, operazioni ambulatoriali e tutta una serie di prestazioni extra-ospedaliere come risonanza magnetica, elettrocardiogramma, tac, moc, ecografie ecc. Insomma una quantità di esami diagnostici molto comuni. Se li fai in una delle cliniche convenzionate (circa 200) paga l'ASSIDAI direttamente (a parte il 25%, di franchigia che invece paghi sempre tu), se invece li fai dove vuoi, loro ti rimborsano. E lo fanno alla svelta! Io, all'inizio di Agosto 2011, ho chiesto il rimborso di 900 euro e a Settembre loro me li hanno accreditati in banca. In definitiva ho assicurato me e mio marito, per un anno, per una cifra di poco superiore ai 500 euro! Non male, mi pare.
Una nota dolente: avremmo potuto pagare anche meno se fossimo riusciti (tra SACT e ANART) a raccogliere circa 50 persone interessate. In questo caso la sottoscrizione della polizza sarebbe diventata collettiva, sarebbe costata di meno e avrebbe avuto anche le prestazioni dentistiche che, al contrario, nella sottoscrizione individuale, non sono comprese. Purtroppo la cosa è sfumata perché avremmo dovuto raccogliere noi (SACT e ANART) tutti i soldi... Cosa impossibile perché non abbiamo la struttura amministrativa per farlo.
Cercheremo di trovare una soluzione per il prossimo anno, per ora, è possibile fare le sottoscrizioni individuali che, come ho spiegato, sono comunque molto vantaggiose.
Se qualcuno di voi, come me, vuole farsi un regalo, occhio, perché la polizza va sottoscritta entro la fine dell'anno o, al massimo, ai primi di gennaio.
La persona da chiamare è
LEONARDO PREZIOSI
349 2268501
06 44070211
leonardo.preziosi@praesidiumspa.it

Viviana Girani



mercoledì 14 dicembre 2011

BUONA GUILD 2012

Duro fare gli auguri... Il buio c`è e fitto per il 2012. Ma ci sono anche delle luci: NOI.
L`abbiamo detto all`inizio di quest`autunno. Non possiamo contare su nessuno.
Tranne NOI.
Noi abbiamo le idee da cui partono i progetti, NOI dobbiamo farci rispettare.
QUESTO E` IL MOMENTO. 
Il sistema dell`audiovisivo sta cambiando, la crisi lo costringe a cambiare. L`avvento del digitale mette in difficoltà sia il cinema che la tv.
QUESTO E` IL MOMENTO.
Guarda ciò che stanno facendo gli sceneggiatori europei. Per esempio gli spagnoli.
Tutte le Guild sono nate quando i soldi venivano a mancare e la prepotenza dei produttori era diventata insopportabile.
QUESTO E` IL MOMENTO
In Italia - lo abbiamo detto, lo sai, te ne lamenti - manca una vera e propria GUILD che costituisca un patto di alleanza interno tra gli sceneggiatori e un muro di difesa contro le prepotenze dei datori di lavoro.
E` IL MOMENTO DELLA GUILD.
Facciamola nascere!
CHE? Ma è un momento pessimo!
Proprio perché è un momento pessimo.
QUESTO E` IL MOMENTO.
La Guild deve nascere. la SACT deve entrare nei contratti dei soci.
Oddio! Come, dove, quando???
Adesso.
QUESTO E` IL MOMENTO.
E` come il varco tra dimensioni temporali della nostra fantascienza: adesso o mai più.
Non vuoi? Non ci riusciremo?
La storia passerà oltre.
QUESTO E` IL MOMENTO.
BUONA GUILD 2012 A TE!
BUONA GUILD 2012 A TUTTI!

venerdì 9 dicembre 2011

I COLLEGHI DI MADRID


 Dal 4 al 6 novembre 2011 si è tenuta a Madrid la Seconda Conferenza degli Sceneggiatori Spagnoli organizzata da EDAV-Escriptors de l'Audiovisual Valencià  e convocata da FAGA-Foro de Asociaciones de Guionistas del Audiovisual e ALMA-Sindicato de Guionistas. 
Alla Conferenza hanno partecipato 279 sceneggiatori e questo che segue è il loro testo conclusivo.

Siamo orgogliosi di essere sceneggiatori. Siamo un gruppo con un incrollabile senso di appartenenza. E nonostante la nostra situazione occupazionale sia spesso precaria, noi non solo continuiamo a lavorare ma creiamo anche lavoro per altri.
Patiamo la serie di cattive abitudini del settore audiovisivo, ma non per questo cessiamo di credere nel potenziale di sviluppo dell’industria e nell’eredità culturale che rappresentiamo.
Per tutte queste ragioni, al termine della Seconda Conferenza degli Sceneggiatori, vogliamo affermare che:
1) Nonostante l’attuale crisi e al di là del fatto che molti modelli produttivi potrebbero cambiare, il pubblico continuerà a chiedere contenuti. E, questo lo vogliamo sottolineare, non ci sono contenuti senza sceneggiatori. Noi sceneggiatori siamo necessari e continueremo ad esserlo.
2) Noi sceneggiatori vediamo il moltiplicarsi di vetrine per opere audiovisive come un'opportunità. Le strutture di produzione tradizionali non scompariranno ma coesisteranno con le nuove forme di creazione, produzione e realizzazione. Questa è una buona opportunità per tutti quelli come noi che vorrebbero assumere rischi maggiori al fine di avere maggiore controllo sul proprio lavoro.
3) Gli scripts meritano il rispetto di chiunque sia coinvolto nel fare fiction televisiva; dalla nascita di un progetto alla sua messa in onda. Qualunque sia l’impostazione e l’organizzazione del lavoro, scrivere una buona sceneggiatura richiede condizioni minime per essere sviluppata correttamente ma molte compagnie di produzione tendono a tradire questo presupposto a loro esclusivo beneficio, senza riguardo per i professionisti. Una legislazione, concordata con l’industria, è necessaria a proteggerci da questi abusi. Inoltre, quando le condizioni di lavoro non sono eque, gli sceneggiatori hanno il dovere di dire NO.
4) Scrivere sceneggiature comporta considerazione: dove c’è creazione, c’è autorialità. La nostra produzione occupa un alta percentuale dei palinsesti televisivi, eppure i network tendono a compararci agli editors. I nostri compensi sono conseguentemente più bassi, l’aspetto creativo del nostro lavoro è ignorato e ci è negato il diritto a royalties. Noi chiediamo un dibattito con l’industria e con le società di gestione del diritto d’autore per affrontare la questione, tra le altre, di quali formati dovrebbero generare diritti d’autore e quali dovrebbero essere esclusi.
5) I network devono relazionarsi con gli sceneggiatori nel momento in cui questi propongono nuovi contenuti. Il fatto che i canali abbiano difficoltà nel definire nuove tendenze al di là di proposte ripetitive o conservatrici, è il sintomo del basso coinvolgimento degli sceneggiatori nella fase di elaborazione di format e strategie. La buona televisione è quella che definisce la sua personalità attraverso un’intelligente combinazione tra rischio ed equilibrio produttivo. Noi sceneggiatori possiamo e vogliamo avere un ruolo in questo processo. E’ necessario che i canali ci vedano e ci ascoltino per creare ed affermare un vero mercato delle idee.


6) Abbiamo appurato l’esistenza di un divario nell’industria cinematografica fra il tipo di film proposti e il tipo di storie che il pubblico ci chiede. La nostra non vuole essere una critica fine a sé stessa, ma una riflessione che merita una ricerca di soluzioni da parte di tutti gli interessati, da noi stessi agli stessi esercenti di sala, passando per registi, produttori e distributori. E’ tempo di sederci tutti insieme e valutare come ci avviciniamo alle reali aspettative e ai veri gusti degli spettatori.
7) Le imprese televisive pubbliche, specialmente quelle regionali, rischiano di scomparire. La loro funzione e i loro servizi sono indiscutibili: garantiscono la diversità e la ricchezza che ci definisce come società e sono piattaforme fondamentali per produrre formati più innovativi. Al di là dei risultati economici, la loro sopravvivenza deve essere valutata in termini di funzioni sociali. In quest’ottica, noi sceneggiatori non abbiamo intenzione di permettere ai politici di manipolare le emittenti televisive pubbliche e di decidere il loro destino.
8) Noi sceneggiatori ci stiamo impegnando in una chiara e forte difesa del diritto d’autore. Contrariamente a ciò che è stato trasmesso all’opinione pubblica, attaccare il diritto d’autore di fatto fa l’interesse di grandi corporations e di una certa industria culturale che si arricchisce alle spalle degli autori e degli stessi consumatori. Il Copyright Act protegge gli autori e consente di condividere quei profitti che il loro lavoro genera. I diritti d’autore sono i primi garanti dell’esistenza del nostro lavoro, indipendentemente dalla società che li gestisce.
9) Restando in tema di diritti d’autore e diritti contrattuali, società di gestione collettiva sono la miglior soluzione per venire incontro e soddisfare le reali esigenze dei loro partner e soci. In un contesto similmente configurato, partner e soci devono infatti impegnarsi per il loro effettivo funzionamento. L’immagine degli autori è il nostro primo e personale impegno.
10) Noi sceneggiatori richiediamo un’immediata revisione della Legge sulla Libertà di Associazione. I sindacati devono essere posti nelle condizioni di difendere la nostra categoria professionale attraverso negoziazioni, contratti e accordi di settore. Invitiamo gli altri partner dell’industria a unirsi a questa richiesta.
Se i 10 punti volessimo scriverli per l'Italia, cosa toglieresti e cosa aggiungeresti?

mercoledì 30 novembre 2011

LSF 2011 - Le sessions di Giorgio

 Kate Leys: “Produced or rejected? Is your script the best that it could be?
Ad aprire le danze  del festival ci ha pensato Kate Leys, ex capo dello sviluppo a FilmFour e Capitol Films e script editor di rinomata fama. Anche grazie a lei film come Full Monthy, Quattro matrimoni e un funerale e Trainspotting sono arrivati al pubblico “forti e chiari”. La sala è stracolma e c’è attesa, lei esordisce mettendo le mani avanti: «Non so niente, non possiedo nessuna formula magica».
Vero, per carità. Quel che segue è solo una possente miscela di intuizioni sulla drammaturgia filtrate dall’esperienza e di consigli su come muoversi. Con un comandamento ripetuto come un mantra: ciò che realmente porta avanti la storia non è il plot, ma il personaggio. Noi sceneggiatori, dice Kate, tendiamo a essere tipi un po’ passivi che si guardano attorno per nutrirsi, a cui viene naturale scrivere personaggi che si guardano attorno: non può funzionare. Quindi, se a proposito di uno dei tuoi personaggi ti dicono “non mi è piaciuto”, è perché non sei stato preciso e non sei riuscito a farlo “inquadrare” da chi legge.
A colpire è soprattutto il forsennato accento sulla fase di sviluppo di un progetto, in cui nulla è sacro e tutto sacrificabile sull’altare della progressione drammaturgica. La controprova arriva se si ha l’occasione di entrare in sala di montaggio: anche lo sceneggiatore più affezionato al proprio materiale diventa spietato giudice di se stesso e lascia sul pavimento un cimitero di scene che gli sembravano essenziali. Perché, in quel momento, il punto di vista diventa quello di uno spettatore.
Abbandono la sala riflessivo: quanto farebbe bene al cinema nostrano se la figura dello script editor “di professione” divenisse centrale come nel sistema anglosassone?

What the Broadcasting heavyweights want in 2011
Ecco, questa è uno di quelle sessions in cui si naviga tra frustrazione e invidia. Sul palco ci sono tre personaggi con facoltà di dare il semaforo verde alle nuove serie per i principali network britannici: Ben Stephenson (Bbc), Robert Wulff (Channel 4) e Robin Sheppard (Sky). La prima osservazione è anche la più importante: l’età media dei tre è tra i 35 e i 40. La Sheppard addirittura fa in qualche modo tenerezza: è la più giovane, sottolinea di essere al suo posto da soli due mesi e quasi si scusa per l’inesperienza («Ho potuto commissionare finora solo due progetti». Solo due Robin? In due mesi??).
La frustrazione arriva perché in qualche modo la session non mantiene quello che promette. Non ti dicono, insomma, quello che stanno cercando, ma si limitano a ribadire struttura, cifre e linee editoriali (generiche) dei rispettivi network. L’invidia subentra perché, paradossalmente, questo accade non perché gli interlocutori restino abbottonati, ma perché i network non esercitano preclusioni («Non voglio dirvi cose specifiche perché non voglio perdermi l’occasione di ricevere la vostra idea», sempre la Sheppard).
Come mai accade ciò? Quel che ho capito io è questo: in Gran Bretagna Sky ha cominciato a investire pesantemente sulle serie tv, generando una sorta di competizione virtuosa. Nei numeri, visto che Bbc 2 ad esempio annuncia un raddoppio del budget per la fiction. E nelle idee, perché - gli States insegnano - più soggetti produttivi entrano in gioco più l’audience si diversifica, e maggiore è la ricerca della qualità nel soddisfarne i bisogni. A quel punto si può osare, anzi si deve, perché questo aiuta anche le vendite all’estero (ok, pure la lingua inglese, riconosciamolo).
Ecco, quando parlavo di sistema incoraggiante, questo intendevo.

 Failure to launch: why most scripts crush and burn in the first ten pages
Palco affollato di speaker, ben 5 tra produttori, capi sviluppo, lettori, story consultant ecc. E un argomento forse troppo specifico, ovvero come appassionare chi legge nelle cruciali prime dieci pagine di uno script. Chiaramente, funziona soprattutto in “negativo”, con gli interlocutori a snocciolare gli errori più comuni che fanno interrompere la lettura. Si va dal basico («l’utilizzo del times new roman mi uccide») al ricorrente («non si capisce di “chi” è la storia», «non presentate i personaggi, drammatizzateli» e «non date un nome ai personaggi a meno che non vogliate che si investa emotivamente su di loro»). Capiamo che mettere una sinossi in prima pagina può essere estremamente controproducente, così come girare un teaser video («a meno che non siate James Cameron»). Ma gli speaker sono troppo d’accordo su tutto ed entrano troppo poco nel concreto della drammaturgia, quindi l’argomento specifico si esaurisce in fretta e la session diventa occasione per consigli generici. Con un assunto di base: Hollywood sta abbandonando il mercato dei film di medio budget, e il cinema europeo deve fiondarsi a riempire il buco.

 Ashley Pharoah
Era uno dei big e non ha deluso, raccontandosi per un’ora nell’atmosfera intima del Tuke Cinema, davanti a non più di 50 persone. Il 52 enne Ashley Pharoah, show runner di Life on Mars, Ashes to Ashes e molto altro, dal vivo sembra uno di quei tipi da pub dipinti da Loach o Leigh, tutti lingua schietta e accento ostico. A 8 anni già sapeva di voler scrivere, a 25 è stato pagato 300 sterline per una piece teatrale e ha capito di potercela fare, a 30 è entrato nel rutilante mondo della soap con EastEnders. Una grande palestra, dice, in cui ha conosciuto decine e decine di quelli che oggi definisce “i suoi contatti”.
E’ tranchant quando, parlando di metodo di lavoro, ammette di evitare le bibbie di serie come la peste. E quando entra “in scivolata” sugli attori («se non sono generosi, possono essere mostri. Il livello di mancanza di rispetto per gli scrittori è incredibile»). Non è meno netto a proposito dell’esplosione di Sky (e quindi di Murdoch) nel mondo della serialità, della quale si dice contento come sceneggiatore e molto meno come cittadino.
A chi gli chiede “perché la tv?” lui risponde secco: «Perché ho un mutuo da pagare. E perché la migliore scrittura sul pianeta oggi la trovi sul piccolo schermo». Da membro appassionato della Guild degli sceneggiatori britannici ammette che gli sceneggiatori televisivi stanno bene, hanno potere e sono ben pagati. Anche se, scopriamo, nemmeno un big come lui aveva nel contratto la possibilità di guadagnare denaro e poter dire la sua quando gli americani hanno comprato e rifatto Life on Mars. Sull’argomento non si nasconde, esprime le sue perplessità sulla versione US e snocciola gustosi aneddoti sulla sua visita nel set americano. Ad esempio l’incontro in camerino con Harvey Keitel, che lo saluta e poi si accalora: «Adoro il tuo show, ti rendi conto che questi ragazzi lo stanno fottendo?».
L’esperienza insegna, però. E i suoi contratti sono cambiati: da oggi, nel caso qualcuno compri le sue idee, dovrà vedersela anche con lui.

Giorgio Nerone

LSF 2011: IL TERRORE CORRE SUL PITCH

 Sabato sveglia, doccia, te bollente… e via verso Regents Park. È il secondo giorno so già la strada, ma arrivo comunque trafelata nella hall del college, mi precipito al tavolo dell’organizzazione, do il nome e loro mi confermano l’appuntamento per il mio speed pitch, bisogna essere lì un quarto d’ora prima. Secondo tè bollente. Sono in anticipo e decido di andarmi a vedere una session, che sembra interessante dal titolo “Negotiation”.
Parla una psicologa che spiega come si vendono le cose. Sulle prime sono un po’ perplessa: sembra il classico training per addetti marketing, con i suggerimenti ovvi tipo: se dovete vendere qualsiasi cosa (che sia un orologio o un concept non fa differenza) mostrate interesse per il vostro interlocutore, presentatevi, non siate supponenti, cercate di capire cosa vuole il vostro interlocutore. Mi annoio e inizio a immaginarmi Don Draper al posto della biondina, per evitare di abbioccarmi. Dopo un quarto d’ora di ovvietà inizia la ciccia buona: modelli di mappatura del cervello, studi psicodinamici derivati dalla ricerca sull’Alzheimer, insomma la manna dello sceneggiatore: schemi. 
Il modello Hermann è uno schema diviso in 4 colori: persone a dominanza blu, verde, rossa o gialla. La psicologa si è definita una Rossa: emotiva, attenta alle relazioni interpersonali, si basa sull’istinto sensoriale. Anche io credevo di avere una dominanza rossa e invece mi sa che ho maturato anche molte capacità gialle. I Gialli sono quelli che aspirano al cambiamento, pensano al futuro e cercano soluzioni per evolvere, soprattutto in situazioni di stallo.
I Blu sono animali da blues, ovviamente: razionali e logici, analitici, spesso lavoratori manageriali (reparto produzione per capirci). I Verdi sono pianificatori sereni e tranquilli, hanno bisogno di programmare bene il viaggio prima di partire. Il punto di tutta la manfrina psicologica (oltre che aiutare a creare buoni cast da sit-com) è: conosci te stesso e le tue debolezze e cerca di capire al volo chi ti trovi davanti.

Dopo lo psycho-training vado allo speed-pitching e arrivo in ritardo. Le ragazze dell’organizzazione non si scompongono, solo che non avrò più i tre tizi previsti, ma tre di un altro che ha cambiato turno. Quindi non ho idea di chi siano le persone a cui sto andando a pitchare.
Cerco di rasserenarmi nell’attesa, in compagnia di altri poveri autori in evidente ansia da prestazione. C’è un certo nervosismo, alle pareti le biografie dei panelist che ascolteranno i pitch e la mappa con la disposizione dei tavoli.
Il momento dell’ingresso nella sala-pitch è tipo corsa all’inizio dei saldi davanti a Dolce Gabbana. Ci si piazza al primo tavolo (borse e zaini sono rimasti nella sala d’attesa, per non impicciare i movimenti) e attacca a raccontare per i 5 minuti concessi prima di schizzare al secondo tavolo.
La mia prima interlocutrice è una personalità Verde un po’ soprappeso, molto gentile, si occupa di comedy per la televisione. E lei stessa a dirmi che per il mio drama che finisce con il suicidio del protagonista non è proprio adatta. Ma permette di esercitarmi. Ottimo rompighiaccio.
Passo a un tavolo al centro della sala: il secondo che mi ascolta è un giovanile quarantenne, non so chi sia, ma ho l’impressione che mi segua nonostante il mio inglese stressato, cerco di parlare piano e con calma. È un produttore, mi chiede se ho già lo script in inglese e gli dico che conto di scriverlo entro Natale (sono ottimista, pure troppo…). Alla fine dei miei minuti si prende la sinossi e il mio biglietto da visita e mi da il suo dicendo: appena lo scrivi mandamelo.
Devo passare al terzo e ultimo “cliente”: giovane sui trenta, si occupa di post-produzione e quando gli dico che il mio progetto è un adattamento da Goethe, chiede subito se sia fuori diritti. Con un sorriso il più possibile garbato, rispondo che è roba del ‘700, può stare tranquillo.
Tempo scaduto usciamo tutti. Chi vuole può bersi un’aranciata, nella sala d’attesa c’è già un altro gruppo che aspetta il suo turno. Entrano, la sala d’attesa rimane vuota. Quelli del mio gruppo spariscono verso il networking break nel giardino del college.
Mi fermo nella sala d’attesa, vuota. Un portatile suona Sympathy for the Devil degli Stones. Mi sembra una degna chiusa dopo tre incontri surreali. L’unica cosa che riesco a pensare è che il produttore di mezzo si ricordi di me quando gli manderò lo script as soon as possibile.
Fare un pitch, per uno scrittore, è molto più spaventoso che incontrare Belzebù incarnato a un incrocio. Quindi penso che, come ogni screaming queen da film horror che si rispetti, conviene avere il coraggio di mettersi a nudo, almeno di fronte a Satana, sperando che al momento buono si ricordi di darci una mano, senza per forza vendergli l’anima.

Fosca Gallesio

mercoledì 23 novembre 2011

PASSAGGIO AL DIGITALE E RISCHI PER IL CINEMA EUROPEO


Durante il convegno di Roma per i 20 anni di Media si sono tenuti una serie di incontri sul cinema digitale e i suoi sviluppi tanto in Italia quanto in Europa.

Elisabetta Brunella (segretario generale MEDIA SALLES) ha fornito una precisa fotografia della DIGITALIZZAZIONE DELLE SALE IN EUROPA. Cosa ne è emerso? 
Che tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013 la metà circa delle sale europee sarà digitale. In parallelo le major americane dichiarano di voler completamente abbandonare l’analogico intorno alla stessa data.
Inutile nascondersi che il passaggio al digitale è stato un forte drive per il ritorno degli spettatori al cinema, soprattutto grazie alla diffusione del 3D. Ma questi dati trionfalistici nascondono un duplice pericolo.

PRIMO PERICOLO: GLI ESERCENTI CHE RESTANO INDIETRO

Passare al digitale ha costi molto rilevanti per l’esercente. Anche se è diminuito il costo dei proiettori, sono aumentati i costi correlati: per lo schermo digitale è necessario un complesso apparato tecnologico che, seguendo gli attuali standard di proiezione a 2K, oscilla tra i 75 e i 170 mila euro a schermo.
Se si osservano i dati si nota che gli schermi digitali sono presenti in maggioranza nei multiplex (Multiplex e megaplex rappresentano l’89% degli schermi digitali). Fra le MONOSALE solo l’11% è digitale.
Perchè questa differenza? Perchè chi acquista grandi quantità di apparecchi per la proieizione digitale (ad es: i circuiti multisala) l’investimento è più semplice mentre per gli esercenti più piccoli i costi sono molto più elevati.
Oltretutto c’è anche un limite tecnologico. Alcune sale hanno appena finito di digitalizzare e già si va verso il superamento delle proiezioni a 2K per andare verso i 4K e un eventuale passaggio alla tecnologia Laser. Non è possibile per le sale affrontare un ammodernamento continuo e specie non ogni due anni.

SECONDO PERICOLO: I DANNI AL CINEMA EUROPEO

Se metà delle sale resteranno indietro e l’altra metà si darà al digitale cosa accadrà ai produttori europei? La gran parte del cinema europeo non è digitale. Paradossalmente dunque i piccoli produttori europei, al contrario delle grandi major che si stanno dando completamente al digitale, dovrebbe sobbarcarsi i costi per distribuire tanto in digitale che in analogico per raggiungere il suo pubblico.

Questo potrebbe significare l’aumento del GAP distributivo fra il cinema culturale e quello commerciale.

Soluzioni all’orizzonte non se ne vedono a meno che non si introduca per il cinema europeo un sottostandard basato sulla tecnologia HD, la stessa però che ciascuno si può montare nel comodo del salotto di casa propria…

Forse l’unica soluzione sta nella messa in campo di politiche pubbliche molto molto ben studiate.


Michele Alberico