mercoledì 29 ottobre 2008

Riflettendo su Einstein (o il ruolo della critica: una postilla)

Sul Corriere della Sera di oggi, Aldo Grasso si scaglia nuovamente contro la fiction italiana e punta nuovamente il dito sulla sceneggiatura. Bersaglio la miniserie RAI Einstein. Potete leggere la critica QUI. Attenzione, non vogliamo scagliarci contro il critico televisivo ed alzare gli scudi. Questo è uno spazio di confronto e riflessione. E appunto per questo vogliamo invitarvi ad una riflessione, ricollegandoci anche a quello che scrive il blogger "ventisette" nei commenti al post precedente. Ventisette scrive: quello che accade "dietro le quinte" non può influenzare il giudizio sul prodotto finale. Ok, ma allora vi chiediamo: la critica televisiva nell'analizzare un prodotto si deve fermare alle categorie del "bello o brutto"? Dov'è lo specifico "televisivo" in questo? Una cosa su cui sarebbe interessante dibattere, prendendo come esempio Einstein, è: dov'è andato a finire una parte di pubblico delle miniserie RAI? Altro argomento interessante di cui si parla sempre troppo poco sono i palinsesti. Sarebbe stimolante se qualcuno riflettesse sulle ragioni che hanno i network a mandare in onda le serie due serate a settimana (cosa che accade sempre più spesso) soprattutto quando si sa che l'appuntamento settimanale è una componente essenziale della serialità. E sarebbe stimolante anche riflettere sull'impatto che la doppia programmazione ha sul prodotto seriale. Ma tornando alle parole di Ventisette, se è vero che la critica giudica il prodotto finito, a fronte di una sfilza di prodotti finiti giudicati deludenti, la critica potrebbe iniziare a spostare l'asse dal mero giudizio artistico/estetico. Sarebbe interessante per tutti se la critica iniziasse a domandarsi le ragioni della deriva della fiction o anche solo se riflettesse sull'impatto socioculturale derivante dall'impoverimento del racconto televisivo. Anche perché ad andare avanti così, il critico televisivo sarà sempre più costretto a fare copia e incolla con i suoi interventi precedenti piuttosto che a mettersi davanti ad un PC, a riflettere e a scrivere un pezzo ex novo...

8 commenti:

Nina Marsocci ha detto...

Credo che ci sia un equivoco di base: Aldo Grasso non è quel genere di critico televisivo che si ferma solo al prodotto finito. Lui, Massimo Scaglioni e Clelia Pallotta, quasi ogni lunedì si alternano sull’inserto economico del Corsera e parlano di nuovi media, analizzano palinsesti, nuovi mercati, ecc. Questo, per dire: hanno ben chiaro che il mondo dei media è estremamente complesso, e lo raccontano a 360 gradi. Ma partono sempre da un’angolazione privilegiata: i contenuti. Perché – come dicevo qualche giorno fa in un altro post – Aldo Grasso è il critico televisivo italiano che ha ridato centralità alla scrittura, al racconto. Ed è questo il motivo per cui, nel bene o nel male, ci chiama sempre in causa.
Per quanto riguarda “lo specifico televisivo”: mah… Io sono d’accordo con Michael Eisner,il re Mida dell'entertainment made in Usa, ex CEO di Disney, ed ora con una casa di produzione tutta sua, la “Tornante”: l’unico specifico di vecchi e nuovi media è il racconto. La sua struttura, la sua ricchezza, la qualità dei suoi personaggi. Se qualcuno di voi riesce a trovare in rete il bel paginone che lunedì scorso “Affari e Finanza” gli ha dedicato…E’ una lettura interessante.:-)

Nina Marsocci

in trincea ha detto...

Adesso anche Bertolaso, sottosegretario all'Emergenza rifiuti, ce l'ha con gli sceneggiatori, in particolare con quelli del Posto al sole "che dovrebbero fare informazione" . Si è domandato oggi, a Faccia a Faccia, su Radio Tre, "perché mai non abbiano mai parlato di raccolta differenziata...". Quelli del Posto al sole hanno SUBITO rivendicato di aver dedicato in passato spazio al problema. Allora Bertolaso se l'è presa con la moglie - la sua - che lo aveva male informato. SIC! Ecco l'informazione, ecco la critica modello apri bocca e gli dai fiato. Tempi duri.

atalanta ha detto...

Anche Dipollina su Repubblica ha detto la sua scagliandosi in generale contro la Fiction italiana. Con lo stesso schema ripetitivo e semplicistico che tanto lo disturba nelle nostre sceneggiature. Tuttavia i due autorevoli critici rischiano di fare di tutt'erba un fascio accomunando nel disprezzo un tentativo comunque rispettabile come Einstein e un prodotto raccapricciante come ad esempio "Il sangue e la rosa" . Questo non aiuta gli sceneggiatori a far meglio. Si dice che la fiction italiana è brutta senza scendere quasi mai nel particolare dell'opera che si sta recensendo. E' vero, Einstein va sul personale e sulla semplificazione, ma hanno sfiorato questa deriva (ci si rivolge ad un pubblico e non ad un convegno scientifico) anche film bellissimi come "Morte di un matematico napoletano" "I ragazzi di Via Panisperna" "A beautiful mind" (persino ne "il Divo" uno dei momenti più toccanti è la scena di Andreotti con la moglie). Lo sanno questi signori che noi ci rivolgiamo ad un pubblico che in buona parte non sa neanche chi sia Einstein? Forse molti ne desumeranno che era un tizio in mutande cui piacevano donne giovani e scemotte, ma magari qualcuno si andrà ad aprire qualche libro. Uscendo tempo fa da una sala in cui si proiettava "Shakespeare in love" ho sentito due ragazzine che prendevano sui due piedi la decisione di andare a vedere un Amleto che si recitava in teatro in quel periodo. A rischio di persersi una serata di "Isola dei famosi". E' il destino della letteratura popolare, ed anche quello di molti film degli anni 50 ora ritenuti grandi ma che allora avevano fatto arricciare il naso alle persone colte. Ma lo vogliamo dire, in compagnia di Fantozzi, che la storia di "Riso amaro" era una boiata pazzesca? Che cosa ci è rimasto di quel film? Un bianco e nero meraviglioso e le cosce di Silvana Mangano. Ma erano entrambi indimenticabili. Lo sceneggiatore che scrive Fiction per le televisioni generaliste, sa di dover usare uno stile di racconto semplice. Si può essere più sottili, più originali, più profondi. Certo. Ci piacerebbe essere attaccati su questo, magari con la citazione di qualche scena in particolare. Ci aiuterebbe a poter confutare meglio i nostri committenti che spesso l'hanno richiesta. Tuttavia non si può non segnalare che in Einstein si riscontra per esempio un maggior rispetto per il denaro pubblico (se parlano di America sono davvero negli Stati Uniti e non in una strada romana penosamente travestita) gli attori non sono le solite facce da Fiction, le comparse non sembrano aver attraversato la strada di Cinecittà avendo appena smesso il camice da chirurgo o la divisa da poliziotto, il respiro è quello di un film, curato nelle luci e nei costumi. Non è molto. Si può e si deve fare di meglio, ma se non si sottolineano mai i piccoli passi in avanti che talvolta con grande sforzo si riesce a fare, ci buttate tutti nello stesso pantano e costruite questa volta sì, il trionfo degli Yes men. A che vale discutere tanto, rodersi il fegato, crearsi inimicizie, lunghi allontanamenti dal mondo del lavoro se tanto facciamo tutti schifo allo stesso modo?

Tchavolo ha detto...

"Uscendo tempo fa da una sala in cui si proiettava "Shakespeare in love" ho sentito due ragazzine che prendevano sui due piedi la decisione di andare a vedere un Amleto che si recitava in teatro in quel periodo."

Già, quello con Kim Rossi Stuart presumo. Ehmmmm....due ragazzine, eh?

Anonimo ha detto...

E' un po' antico dire che la tv si deve fare in questo modo perchè il pubblico non è preparato ad altro. E' come leggere solo i dati percentuali degli ascolti perchè quelli assoluti ci farebbero impallidire.
Se la tv non cambia è perchè la "brutta tv" garantisce ancora guadagni sicuri (seppure in continuo calo) ed anche molti privilegia a tanti.
Sul ponte del Titanic si balla, lo sappiamo, fino a quando l'acqua non arriva alla caviglia.
Ma per dire qualcosa anche al nostro eroico critico, capita che alcuni indichino le luci della costa lontana (per Grasso è quella americana), sperando che nel frattempo nessuno disturbi il manovratore.

manouche

Anonimo ha detto...

fonte: televisionando.it

Si è conclusa due giorni fa la miniserie di Canale 5 Anna e i Cinque. In attesa dello sbarco di Amiche Mie, dal 5 novembre sempre su Canale 5, ne approfittiamo per fare il punto sullo stato della fiction italiana, prendendo spunto dalla recensione di Aldo Grasso su Einstein (RaiUno) e dalla soddisfazione di Giancarlo Scheri, direttore Fiction Mediaset, per i risultati di Finalmente a Casa. L’impressione è che ormai ci si accontenti di poco.

Sebbene sia ancora presto per una retrospettiva sull’offerta fictional di Rai (sempre più orientata al melodramma contemporaneo come dimostrano Fidati di Me o Una Madre) e Mediaset, qualche considerazione sull’andamento generale possiamo accennarla.

Lasciamo da parte le rilevazioni, più volte fatte, sui medical all’italiana, che da sempre hanno difficoltà a farsi benvolere dal pubblico, e approfittiamo della recensione di Einstein pubblicata da Aldo Grasso sul Corriere della Sera.

Siamo innanzitutto contenti di ritrovare nel suo articolo alcune delle notazioni da noi fatte qualche giorno fa, quando abbiamo messo a confronto la miniserie di Liliana Cavani e la sesta edizione dell’Isola dei Famosi. Avevamo indicato nella ‘giustapposizione’ e nella mancanza di pathos ed emozione i principali difetti che accomunano i due programmi. Per estensione potremmo allargare le considerazioni all’attuale produzione fictional, che Grasso definisce “marginale“.

Di Einstein Grasso ha scritto: “Anche Albert Einstein è uno come noi, ha problemi con le donne, tradisce la moglie, si entusiasma quando vede il primo frigorifero e la prima lavatrice. Siamo alle solite, la fiction italiana non sa rappresentare altro che agiografie, sorrette dalla retorica del flashback. […] Siamo piombati in una sacca di arretratezza, di povertà espressiva, di analfabetismo finzionale. Il compito principale della fiction italiana è tenere al caldo i piedi dello spettatore. Spiace che una regista come Liliana Cavani si presti a operazioni intellettualmente anestetizzate”.

Un affondo niente male, cui peraltro Grasso ci ha abituato, ma che mette in evidenza una delle pecche principali della nostra fiction, l’anestetizzazione delle storie e dei personaggi, delle emozioni e dei conflitti, dei personaggi e delle loro motivazioni. Senza esse non c’è racconto. Certo, saremo tutti pronti a rimangiaci quanto detto e a celebrare l’ingegno italico con l’arrivo dei nuovi episodi de Il Commissario Montalbano, una vera boccata d’aria nel panorama fictional che del resto può contare non solo su una produzione accurata e attenta ma anche sul fondamentale apporto dell’autore, Andrea Camilleri. Montalbano è un unicum, mentre di recente le cose più interessanti sono arrivate dalle produzioni satellitari, affacciatesi da poco nel comparto della fiction nazionale. Come dimenticare Boris, ma anche le due coraggiose trasposizioni di Quo Vadis, Baby? e Romanzo Criminale (dal 10 novembre su Sky Cinema 1) e la serie Donne Assassine, per quanto criticata e criticabile.

E così, in un panorama tv che perde sempre più pubblico, la fiction inizia ad accontentarsi di risultati, per dirla con Grasso, marginali. Un fenomeno che abbiamo già notato tempo fa, commentando la top ten delle fiction più viste della stagione 2007/2008 e che trova conferma nelle parole di Giancarlo Scheri, dichiatosi soddisfatto del 18,8% di share (4.494.000 telespettatori) raggiunto dal film tv Finalmente a Casa. Siamo al di sotto degli obiettivi di rete, ma per Scheri evidentemente questo risultato ha superato ogni aspettativa. “Il nostro impegno nella sperimentazione televisiva viene ripagato da questo nuovo successo dei film tv tratti dalla sitcom Finalmente soli”, ha dichiarato Scheri in una nota stampa, nella quale ha poi entusiasticamente fatto i complimenti per l’ottimo risultato “al cast, al regista Gianfrancesco Lazotti, alla casa di produzione Grundy Italia e, naturalmente, alla strepitosa coppia Gerry Scotti e Maria Amelia Monti, irresistibili nei panni di Gigi e Alice”, rinnovando l’appuntamento con un altro film tv della ’serie’ per Natale, Finalmente una favola.

Una domanda sorge spontanea: ma quale sarebbe la ’sperimentazione’ televisiva di cui parla Scheri? L’aver riciclato una coppia da sitcom che funziona per un film tv, meno economicamente ‘impegnativo’ di una serie e basato esclusivamente sul richiamo dei protagonisti?
Questa non è sperimentazione fictional, è una semplice operazione di marketing peraltro assolutamente legittima. Ma la sperimentazione è davvero tutt’altra cosa.

Anonimo ha detto...

Andiamo al sodo, please: "Finalmente a casa" è andato lievemente meglio di "Raccontami" (4.614.000 17,99% per "Raccontami"; 4.493.000 18,83% per "Finalmente a Casa"). Col risultato che da una parte gongolano e dall'altra si strappano i capelli. Che tristezza...

Anonimo ha detto...

divagazione frivola.il fatto che grasso usi inque volte la parola 'sacca' in poche righe è reiterazione raffinata, sciatteria o piaggeria occulta verso tu-sai chi? (l'accento che non c'è).
scusate.