venerdì 14 novembre 2008

Una fiction migliore è possibile? (La crisi di ascolti: i risultati del sondaggio)

Terminato il sondaggio tiriamo velocemente le fila delle votazioni. Cosa abbastanza semplice visto che il 100% dei blogger ha votato la seconda risposta. Solo 15 voti, ma tutti è 15 pensano che Mediaset dovrebbe rincorrere il pubblico di Sky. Cederemmo a voi la parola molto volentieri, ma avete già commentato l'argomento in modo esaustivo durante il sondaggio. "In Trincea" e "Namastè" centrano in pieno quando ragionano sui motivi del successo di Montalbano. Montalbano ha una propria identità. Un'identità che nasce dal suo autore, Camilleri, e che riesce ad arrivare intatta sul piccolo schermo, incredibilmente, senza interferenze e compromessi. Insomma, le radici autoriali del progetto Montalbano gli permettono di vestirsi di una corazza impenetrabile agli imbastardimenti perpetrati dal network. A ben vedere quindi, quando la presenza di un "autore" viene riconosciuta e rispettata, il prodotto ci guadagna sia in qualità che in ascolti. Come avrete capito dalle foto, oltre al personaggio di Camilleri vogliamo parlare anche di un altro prodotto in onda in questi giorni su Sky, ovvero Romanzo Criminale - la serie. L'attinenza è duplice. Da una parte, perché Sky continua a produrre. Dall'altra, perché lo fa partendo da un romanzo di successo. Sul primo punto che dire? Quelli di Sky (ma anche Fox con Donne Assassine) continuano a produrre contenuti fiction italiani. Spingono la concorrenza sul territorio che era esclusivo delle generaliste e lo fanno con l'idea di voler offrire un prodotto migliore. Questo rende ancora più difficile la posizione di Mediaset. Soprattutto perché il digitale terrestre ancora non offre una programmazione creata ad hoc per il pacchetto Premium, ma al limite programma delle anteprime di cose che andranno in chiaro (e quindi pensate per la generalista). Tornando a Romanzo Criminale, non siamo qui a fare critica televisiva sulle serie in onda, la citiamo perché è un altro prodotto che già dai primi episodi sembra avere un'identità ben precisa. E la citiamo anche perché, guarda caso, pure questo progetto ha delle radici autoriali molto forti. E' chiaro che in entrambi i casi sono le identità autoriali di Camilleri e De Cataldo ad imporsi. E questo nonostante i due autori non abbiano scritto direttamente gli adattamenti televisivi dei propri romanzi. A farlo sono stati dei professionisti. Queste constatazioni non tolgono nulla al loro valore e alla loro professionalità. Queste constatazioni portano solo ad una conclusione ovvia. Anche uno sceneggiatore può dare identità autoriale ad un progetto, garantendo una sua organicità e riconoscibilità. Accade da decenni negli USA, sta accadendo nel resto del mondo. Qui in Italia, però, c'è un pregiudizio culturale nei confronti degli sceneggiatori televisivi. Un pregiudizio che nega che abbiano la capacità di immaginare mondi e dar vita a personaggi dello stesso calibro di un romanziere. E' proprio questo pregiudizio che ha portato i network ad "assediare" gli sceneggiatori moltiplicando le figure di controllo ed ingerenza sulla scrittura. Ed è questo pregiudizio che sta togliendo personalità ed identità ai prodotti. Ma soprattutto sta togliendo varietà all'offerta di fiction delle generaliste. Il primo tra RAI e Mediaset che lo capirà, il primo che farà cadere questo pregiudizio e toglierà il bavaglio agli sceneggiatori avrà più chance di sopravvivenza contro un competitor agguerrito e capace...

51 commenti:

Anonimo ha detto...

de cataldo.
ma quanto assomiglia a Tarallo?
Hi Hi Hi

JJ

UNO PER TUTTI ha detto...

Il post già dice tutto. Analizza il motivo per cui lo sceneggiatore è trattato come un incompetente pericoloso, dice qualcuno " un male inevitabile".
Saccà ha addirittura affermato pubblicamente in un convegno che lo sceneggiatore non sa ascoltare il network che è l'unico a sapere cosa bisogna fare e come bisogna fare.Insomma è un rompiballe incapace.

Il post ricorda che, tranne in Italia, ovunque nel mondo, USA - la serie è CREATED BY (segue nome sceneggiatore) - ma anche Inghilterra, Francia, Spagna ecc... viene data allo sceneggiatore molta se non tutta la responsabilità della serie di cui è autore.

Una fiction migliore è possibile?
La domanda se è posta al sistema ha un senso, se è posta allo sceneggiatore è quasi offensiva.
A chi è diretta?

Uno per tutti.

SACT ha detto...

@uno per tutti: la domanda parafrasa il titolo della recensione di Romanzo Criminale pubblicata da Dipollina. Ed è chiaramente rivolta al sistema in generale.

SACT ha detto...

Aggiungiamo una postilla. Anche negli USA ci sono due recenti ed egregi esempi di adattamenti da romanzi: Dexter e True Blood.
Ma guardate i titoli di testa di queste serie. Sui titoli di Dexter compare Created by James Manos, su quelli di True Blood Created by Alan Ball. E non sono gli scrittori dei rispettivi romanzi, ma gli sceneggiatori che li hanno sviluppati a serie tv...

in trincea ha detto...

Non molti anni fa, quando una serie venne bloccata, un editor Mediaset a cui la serie era piaciuta molto ed era dispiaciuto quanto me dell'abbandono del network, mi disse: "Scrivine dei libri. Se avranno successo può darsi che la rete torni indietro. Si fanno molto impressionare dai romanzi."

Ci ho pensato molto, ovviamente, e ho scoperto che non avrei mai scritto in un libro lo stesso percorso della serie. Diciamo che ho scoperto il vuoto "autoriale" della mia stessa serie. L'avevo scritta io, aveva una bella problematica, un bel plot (o fabula) corposo, però... era condizionata dal fatto di dover essere realizzata per una "fruibilità" televisiva, con tempi e contenuti adatti a pubblico generalista e attuale sistema produttivo. Mi ero automaticamente censurato in partenza. Il protagonista nasceva "pupazzo" in cui infilare un attore che gli avrebbe dato la sua faccia.

Camilleri all'inizio non era contento della scelta di Zingaretti per Montalbano. Ma noi che leggiamo i suoi libri e ne vediamo la realizzazione televisiva non avvertiamo questa discordanza. Il processo inverso sarebbe stato possibile? Da Zingaretti risalire a Montalbano?

Mi è capitato di adattare dei romanzi e ultimamente dei "soggetti" d'autore di cui - coscientemente - ai fini di una leggibilità televisiva ho alterato profondamente - chiedendo permesso - tratti dei personaggi e della trama. Be', gli autori non hanno battuto ciglio, si sono rallegrati e hanno detto: somiglia, è la mia idea.

Che voglio dire?

Che un'idea letteraria sopporta le trasformazioni.

Che la letteratura ha una tradizione autoriale per eccellenza. Ci arriva praticamente incolume dal passato classico, i materiali adoperati per trasmetterla (voce, tavolette di cera, muri, papiri, carta) si sono rivelati pressoché insignificanti.

La letteratura poggia su un presupposto: un essere umano ha capacità e voglia di raccontare quello che lui (e sottolineo LUI) vede, sente, vuole, ama, riconosce. Il punto di vista è solo suo, la struttura linguistica, di conseguenza, è sua.

Perché Camilleri - che pure conosce la sceneggiatura - sfonda in tv con un testo letterario?
Perché De Cataldo - che pure con la sceneggiatura si misura - afferma se stesso con i libri?

Perché i libri nascono da un'esigenza interiore autentica. Le sceneggiature - e lo dico con grande rispetto per me anzitutto - nascono dalla pagnotta, da un'esigenza altrettanto autentica, ma esterna. (Non mi dite che anche Dostoevskij scriveva per mangiare perché non è la stessa cosa. Anche Fante scriveva sceneggiature per mangiare, ma lo ricordiamo per i suoi libri non per i suoi copioni).

Le sceneggiature nascono asservite, costruiscono progetti per i registi, disegnano ruoli attoriali da indossare. Le sceneggiature sono strutture narrative in fieri, la loro potenza è la spinta che si dà a qualcuno su un'altalena. Senza quella spinta non esiste nulla, certo. Ma sono comunque spinte, la cui deriva deve arrivare fino al montaggio.

Quindi uno sceneggiatore, e non sono d'accordo con te @uno per tutti, può non essere un autore nel senso letterario. Non dico che non sia eccellente nel suo lavoro e che il suo testo non sia un prodotto autoriale: dico che il suo è un prodotto servo e quindi anche la sua mente è parzialmente serva, e l'arte non può che nascere da menti libere. De Cataldo giudica il libro Romanzo criminale un atto di coraggio. Non ha detto lo stesso degli altri suoi libri che non mi pare abbiano fatto lo stesso botto.

Il punto quindi per me è nei soggetti, non a caso prima e ultima fase letteraria di tutto il processo. Si dice che dovrebbero poter essere racchiusi in una frase, che un pitch dovrebbe durare pochi minuti... Un cavolo e tutt'uno. E' vero, il soggetto di Lost è nato in un mesetto, nei ritagli di tempo di un set: ma i loro autori sapevano che sarebbero stati autori di tutto il sistema produttivo, che scrivevano per se stessi come registi, che cioè gli strumenti di realizzazione del loro pensiero (come per la letteratura) sarebbero stati ininfluenti sul pensiero stesso, perché dalla loro idea sarebbe nata la loro serie.
Anche Shakespeare scriveva per se stesso, per poter mettere in scena se stesso.

I nostri soggetti - quelli dei pitch, per intenderci - sono spesso "sistemi ideati" ma non contengono altrettanto spesso IDEE - quelle dei libri per intenderci - (e ovviamente idee condivise da network e produzione, come auspica Cristiana Farina in tante altre parti del sito e del blog).

Quindi, per una fiction migliore, le strade potrebbero essere due. O il sistema italiano diventa un sistema americano in cui il controllo della serie è nelle mani dell'autore, o gli autori devono misurarsi con la letteratura e trasformarsi in scrittori coraggiosi e liberi che contattano il pubblico prima della tv, senza la tv, prescindendo dalla tv. E guadagnando - di fatto - molto, ma molto di meno.

Arte o pagnotta?

Anonimo ha detto...

Io non farei un discorso che oppone soggetti originali a soggetti di origine letteraria, in fondo tutto il cinema, da sempre, ha preferito partire da un testo già finito (e in questo senso un romanzo, rassicura la produzione proprio come un format). Credo invece che sia importante sottolineare dell'intervento di intrincea (al quale chiederei uno sforzo di sintesi) la questione delle IDEE, di come noi sceneggiatori abbiamo rinunciato a svilupparle (quasi fino a perdere l'uso di questa nostra capacità) e di come la scelta di svilupparle, potrebbe comportare la prospettiva di guadagnare molto, ma molto meno. Continuo a pensare che non siamo anime innocenti nè ingenue e che non possiamo sempre ritenerci estranei al dibattito sulla crisi della nostra fiction, dicendo che siamo e siamo stati stati ricattati. Mi pare un risposta troppo facile, che ci consola, ci rassicura e lascia le cose inalterate. Ma perchè, uno per tutti, la domanda se posta allo sceneggiatore è quasi offensiva?

Manouche

Nina Marsocci ha detto...

@ In Trincea: intervento strepitoso. Denso di riflessioni importanti. Il passaggio di uno scrittore dalla carta stampata alla televisione parte (quasi) sempre da un’abiura: alla lingua. Camilleri e De Cataldo sono scrittori diversi, ma con un denominatore comune: i loro romanzi sono basati su una ricerca linguistica costante, dove la ricchezza lessicale e il ritmo creato dalla loro personalissima sintassi hanno sempre anche un riscontro drammatico. Questa pluralità di mezzi espressivi li mette indiscutibilmente su un piano diverso. Ma la dimensione linquistica, nella trasposizione televisiva, inevitabilmente si disperde. A favore di altri elementi, certo. Più propri del mezzo. E questo è un dato di fatto. Non ho ancora avuto modo di vedere “Romanzo Criminale” – segnalateci le repliche, ragazzi! – ma ne “Il Commissario Montalbano” la lingua di Camilleri scrittore secondo me c’è parzialmente. .. Mi sbaglio? :-) Credo che il “vuoto autoriale” che hai sentito tu, In Trincea, sia dovuto anche a quest’assenza di libertà linguistica che, qui da noi, chi scrive per la televisione deve subire. Quante sono le parole del nostro vocabolario che gli italiani riescono a capire? Tullio De Mauro dice che non sono più di 2000. Modi e tempi dei verbi: indicativo presente. L’imperfetto è già un lusso. Congiuntivo e condizionale: siamo nell’iperuranio…Be’, questo, per le storie che raccontiamo, ma anche per la nostra “credibilità”, è senz’altro un depotenziamento. In termini di qualità, ma anche contrattuale. Uno scrittore di narrativa questo limite non lo vive, è libero…Può esibire tutta la sua mercanzia, tutta la sua “unicità”, far vedere quello che sa fare. E, anche agli occhi dei network, diventa un Autore. Da trattare – come è giusto - con i guanti bianchi. Sono curiosa di sapere se hai abbandonato il tuo progetto, oppure se gli hai dato una veste nuova…E se ha funzionato. Te lo chiedo anche perché sono in una condizione analoga...:-)
Per rispondere al post di apertura: perché i network non si adeguano ad un’organizzazione del lavoro che si è dimostrata vincente dappertutto?
A) Perché sono solo loro a metterci i soldi, ed è sempre chi investe a decidere il modo della produzione. E’ una questione di potere. Un modo per ribadire chi comanda.
B) Perché qui da noi ancora non esiste un sistema “industriale”. Né, tantomeno, una riflessione costruttiva sul sistema industriale. E’ ancora tutto in fieri. In realtà, è tutto molto casuale. Ma sulla casualità non si costruisce niente di economicamente solido. La casualità non ha voce in bilancio perché non fa utili. E proprio per questo motivo, la situazione non può che modificarsi, cambiare. :-)

Nina

tchavolo ha detto...

Qualche settimana fa in TV è passato un vecchio sketch di Raimondo Vianello con Gianni Agus tratto da "Stasera niente di nuovo". I due stanno discutendo la scaletta della puntata e Agus dice che vorrebbe portare in scena un dramma di Dumas a titolo "Nobiltà". Vianello è perplesso:"Nobiltà? Mai sentito. Ma Dumas padre o Dumas figlio?" E Agus, serissimo: "Dumas ZIO".
Mi ha fatto molto ridere ma poi ho pensato: ma guarda, all'epoca dello sketch (1981) si pensava ancora che fosse possibile fare ridere il grande pubblico con una battuta su Dumas. Te lo vedi oggi Panariello che fa una battuta così? Soprattutto, te lo vedi un funzionario RAI che gliela fa passare? Ecco, mi sembra che questo sia il problema: altro che le 2000 parole di Tullio De Mauro...

in trincea ha detto...

@manouche
scusa per la mancanza di sintesi, hai ragione. sopportami solo un altro po'.
come dice @Nina il controllo della lingua produce il controllo dell'idea, o viceversa, senza controllo della lingua non si esprime l'idea.
A lingua povera corrisponde idea povera.
A lingua ricca idea ricca e viceversa. L'idea ricca crea una lingua ricca.
La lingua del linguaggio televisivo è visiva. Molti pensano che la sceneggiatura si limiti a indicare le parole da pronunciare. Sbagliato. La sceneggiatura deve "controllare", "produrre" la globalità della visione.
Per controllare la globalità della visione serve o sedere sulla sedia del regista o molte parole da affidare al regista (o da scambiare per mesi col regista).
Molte parole possono diventare solo uno sguardo, ma senza quelle parole l'attore non sa che sguardo deve fare e il regista come riprenderlo.
Se - come in America - puoi scrivere anche col set ti basta avere le molte parole dentro (e guadagni parecchio).
Se siamo in Italia, per tirare fuori le molte parole che producano le poche parole compresse visive dell'IDEA, serve la misura letteraria che ti permette la libertà di mettere in campo la profondità, la ricchezza e l'originalità di quello che hai dentro e che "vedi". Ma ci vuole studio e tempo. Uno scrittore per scrivere un romanzo (=soggetto) ci mette almeno un anno (=meno guadagno).
La soggettazione di serie e le sceneggiature dovrebbero venire dopo perché sono strumenti linguisticamente più poveri e meno liberi. E se uno usa subito la lingua tecnica di queste operazioni, finisce a scrivere immagini troppo vuote. Secondo me. Ecco.

tchavolo ha detto...

Già, è per questo che una volta si scrivevano i trattamenti...

in trincea ha detto...

@nina
scusa non ti ho risposto, no, non ho scritto la versione letteraria della serie. Sto ancora in fase pagnotta.

Nina Marsocci ha detto...

@In Trincea:
:-)))))))))))))))))))) ...;-)

Nina

Anonimo ha detto...

TRATTAMENTO... che bella parola dal gusto demodè. come spinello, scappellotto, canaglia, signorina...

mi manca scrivere trattamenti. ormai non si parla d'altro che di scalette e prime e seconde stesure.

JJ

Anonimo ha detto...

se la parola trattamento vi sembra demodè non bisogna far altro che farsi un paio di mesi dentro una soap opera dove il termine è più attuale che mai. dove c'è rischio di scoprire che i problemi degli scrittori sono un po' più variegati e terra terra della fabula potente e dell'identità letteraria. Che la questione del 'created by' non rileva, perchè tanto nessuno ti conosce per nome e tantomeno ti assegna qualsivoglia scaletta di prima o seconda stesura (uff che noia, vero?) di qualsivoglia progetto con un minimo di dignità o uno straccio di cast decente. Quei pochi che ci sono migrano altrove, cosicchè qualcuno possa elegantemente sputare sul piattino rivendicando il suo diritto a essere "creativo", e dissertare dei massimi sistemi,ma sempre riempiendo il dindarolo e guardandosi ben dal mollare l'osso.

la verità è che se quel che ne esce è la stessa pappina che sta dentro una soap, solo recitata e girata meglio, non è solo colpa degli editor di rete. E'che scrivere pappina è facile ,veloce e rende bene.Perchè sforzarsi, giusto?

Intanto chi si ammazza di lavoro e macina ore di palinsesto in tempi fulminei, resta uno spalamerda di serie B. Dentro un ambiente che quando vuole denigrare qualcosa dice "è troppo soap"...

Namastè ha detto...

Stiamo circumnavigando il problema mi pare, e così facendo, siamo vicini alla deriva: ricerca linguistica, ricchezza lessicale, congiuntivi per pochi eletti... Dumas, io ci avrei l’arte ma me tocca accontentarmi della pagnotta… perdonatemi, ma riesco solo ad annusare un’arietta snob da circolo della lettura in quello che ho letto. Permettetemi perciò di aggiustare un po’ il tiro del discorso, invitandovi a ritornare al cuore del problema. Si parlava di Tv e di crisi delle idee televisive, oggi più che mai confermata anche dagli ascolti. Se una fiction migliore fosse possibile, mi sembra fosse questa la domanda retorica.

Siamo naturalmente tutti molto contenti del successo che hanno avuto e stanno avendo le trasposizioni televisive dei romanzi di Camilleri e De Cataldo – e potremmo estenderlo anche ai successi cinematografici dei vari Ammaniti, Baricco o del recente Saviano – e per carità, sono cose che danno morale e che fanno bene all’ambiente tutto ma… diciamoci la verità, questa è tutta gente che con la tv, e con la fiction in particolare, c’entra poco. Il valore delle loro opere esiste a prescindere dalla tv, forse è per questo che possono permettersi di rivolgersi a un pubblico capace di declinare il verbo nel modo corretto, o di consolidare nel tempo un proprio stile ben riconoscibile. Possono scrivere per se stessi, prima che per gli altri, proprio perché in quanto autori esistono indipendentemente dal cinema e dalla TV, che se poi decidono di avvantaggiarsene ben vengano, certo. Ma non spetta certo a questa gente risollevarci dalla sciagurata situazione in cui l’industria televisiva è andata a cacciarsi, e oggi che i nodi vengono finalmente al pettine, continuare a nascondersi non è più possibile.

Lo spunto di discussione offerto dall’amministratrice del blog, e fin qui ignorato, mi è parso interessante, e forse vale la pena spenderci due parole. Si parlava di pregiudizi del pubblico nei confronti degli autori televisivi. Questo pre-concetto è fondato, ha una sua ragione d’essere, oppure no? Beh, se questo pregiudizio fosse del tutto infondato forse oggi staremmo a parlare di una crisi degli ascolti dovuta al fatto che il nostro pubblico non capisce, perché quello che gli viene offerto sarebbe per lui roba “troppo colta” o poco fruibile, in pratica “perle per i porci”, e visto che invece sappiamo che nel caso della nostra fiction non è così, che l’autore televisivo si rivolge esattamente al pubblico a cui sa di rivolgersi, con i modi che questo gli chiede, senza riuscire neanche con questo a farselo amico, forse è il caso per l’industria televisiva, autori in primis, di cominciare a chiedersi se non occorre cambiare rotta, se necessario anche a discapito della pagnotta.

Di serie “carine”, con personaggi dallo spessore un po’ più alto di una carta da poker tanto da costringere alcuni ad urlare al miracolo non appena questi s’imbattono in qualcosa che sia mediamente ben recitato, di robetta insomma per passare il tempo e nulla più, negli ultimi 20 anni ne abbiamo vista fin troppa. Tante serie “carine” o addirittura "passabili" ma mai niente di “nuovo”, o che dimostri una seppur minima volontà di osare, di turbare lo spettatore, di smuoverlo dalla poltrona. Magari qualcuno di noi ci prova davvero, e dall’altra parte si trova solo lo scienziato di turno a dirgli che l’idea è buona, ma che forse sarebbe il caso di farci prima un libro. E il rischio d’impresa del datore di lavoro dove sta? A questo punto, i casi sono due: o il nostro referente, e quindi il produttore, è un coglione, oppure le nostre idee non valgono poi così tanto. Troppo comodo in ogni caso dare la colpa ai pregiudizi di critica e spettatori. I pregiudizi si combattono, e si superano con i fatti, e con le idee, meglio se innovative. Poi è normale che ci sono idee e idee, e un mercato con cui fareii conti. Abbiamo scrittori con velleità letterarie ma che si trovano costretti loro malgrado ad approdare alla TV e scrittori che trovano invece da sempre nel mezzo televisivo il modo più congeniale per esprimersi. Si citava l’esempio di "Dexter", che dalla narrativa passa alla TV, ma magari ci dimentichiamo di dire che Jeff Lindsay non è certo Thomas Harris, e che non è certo un caso se rispetto al primo romanzo la versione televisiva non solo ne risulta rivoluzionata ma anche piuttosto migliorata, tanto che nonostante gli altri 3 romanzi già usciti in USA, la seconda e la terza stagione televisiva se ne discostano totalmente. Ad ognuno il suo, ecco. Se l’idea è davvero valida, questa passerà comunque, con qualsiasi modo e mezzo. Se invece è solo passabile, beh è anche giusto che il pubblico cominci a maturare dei pregiudizi, laddove fondati. Only my opinion.

SACT ha detto...

@anonimo: mi dispiace ma alla sact si fa tutto tranne che denigrare la soap. se hai argomenti, problematiche da lanciare e a cui dedicare un post ti invitiamo vivamente a proporci qualcosa. Puoi scrivere alla mail blog@sact.it e rimarrai anonimo.
Vorremmo dedicare uno spazio anche alla soap anzi ci scusiamo con tutti gli autori di soap se abbiamo parlato solo di fiction in prima serata.
Dateci un argomento, noi vi dedicheremo tutto lo spazio possibile.
Alle riunioni sact già lo stiamo facendo e in modo concreto. L'altro giorno alla sact si parlava anche del rapporto tra soap ed editor di rete con l'obiettivo di chiedere un rapporto sano e produttivo per tutti, anche per gli autori di soap opera.
La vostra voce è più che mai ascoltata, ma aiutateci a capire le problematiche.
Dall'apertura del blog ad oggi non abbiamo ricevuto una, dicasi una, mail che proponesse argomenti di discussione.
Ricordiamo che questo blog è uno spazio di tutti, iscritti alla sact e non, autori di serie, film tv, film, sit com e soap.
Prendete questo spazio ed usatelo. Ma fatelo in modo costruttivo.

in trincea ha detto...

@namastè
nel post di @sact si parlava di pregiudizi di produttori e network e della non voglia di lasciare più liberi gli scrittori e di affidare loro l'identità della serie. Comunque, hai ragione: il pubblico pensa che sia colpa degli sceneggiatori.
@anonimo
non ho capito. Al di là che i vecchi devono morire e vabbè, la macchina soap - secondo te - è uno strumento buono o no? Molti scrittori oggi in ruoli importanti - per prima Cristiana Farina - hanno fatto soap e ne parlano come di una scuola importante. Ciò non toglie che rivendicano il created by per l'headwriter. Ma se l'head avesse più potere creativo di editor e produttori non sarebbe meglio anche per gli scrittori di puntata, dialoghisti, story liner ecc.?

Anonimo ha detto...

la soap, va da se', è una scuola formidabile. Ma se in sact non se ne parla male è perchè la maggior parte dei soci, oggi ha gravitato o gravita ancora in quei paraggi . O non esclude di tornarci se la fortuna in altri lidi gli volta le spalle.E' pur vero però che molti "vecchi" se ne sono andati,e al di là dei vari distinguo, se ne sono andati perchè non volevano mischiarsi , perchè loro sono "altro",sono 'Autori'.

La mia provocazione tende a puntualizzare come questa divisione in classi sia un pericolo sempre presente e la compattezza di una categoria ben lungi dal diventare concreta. quel che noto è che ci si rifugia in alate digressioni, che spesso relegano il 'male' altrove o che offrono il conforto dell'astrattezza. l'importante è non sfiorare i nervi scoperti per non pestarsi i calli,non si sa mai.

e dunque andiamo sul pratico con un esempio .tutti sappiamo che un progetto originale ormai non si vende quasi più. lo sceneggiatore capo è ormai nella quasi totalità dei casi coinvolto a posteriori (top-down, come si dice) ,in progetti a volte parecchio remunerativi o prestigiosi.

come?
da chi?
secondo quali criteri?

perchè c'è gente sovraccarica e gente che non riesce a sfangare una puntata di una qualunque delle cento serie e rispettivi sequel?

chi risponde 'perchè sono bravi' è ingenuo o peggio.e'inutile ricordare a chi proprio da queste pagine tuona contro la bassa qualità delle fiction nostrale che è proprio questo scarso livello ,unito alla pochezza del sistema, che ci rende di fatto interscambiabili.

però qualuno lavora sempre e qualcuno mai ...e' mai possibile che questa questione non salti MAI fuori?

il motivo è chiaro. nessuno parla perchè nessuno, nemmeno quelli a spasso, ha voglia, un domani, di rendere conto dei 'suoi' imperscrutabili percorsi , delle 'sue' amicizie e frequentazioni o semplicemente delle sue sovrane botte di culo (che pure quello ci vuole , per carità...)

sinceramente, escludendo una lista di collocamento per sceneggiatori, la soluzione mi sfugge. però allora mi sento di dedurne che laddove si ammetta nei ruoli creativi la legittimità di un arbitrio totale e insondabile , se dobbiamo rassegnarci all'idea che nessun obbligo di un minimo di trasparenza è anche solo ipotizzabile, allora è chiaro che i margini per una "sindacalizzazione" del mestiere sono pochi. E' evidente che questioni di potere e credits sono e saranno sempre appannaggio di chi ha già superato il problema della pagnotta, che come si sa di solito è il più pressante , quello che è capace davvero di smuovere le montagne e ottenere risultati...se invece siamo così individualisti, se dev'essere ognun per se', arrendiamoci all'evidenza: un'azione comune è solo utopia.

SACT ha detto...

@anonimo:
alla sact non si parla male della soap non per una questione di iscritti ma perché crediamo sinceramente che sia l'unica industria oggi in Italia. Per questo la rispettiamo e la teniamo molto in considerazione.
C'è una proposta di contratto tipo che abbiamo elaborato proprio per la soap. Presto la metteremo online.

Per l'accesso al mondo del lavoro che dire? Hai ragione, non c'è trasparenza. Tutto è rimesso alla buona fede, più che in altri lavori.
Le problematiche da risolvere sono molte. Ma crediamo che partire dalla responsabilizzazione dello scrittore e in particolare dei capi scrittura sia un passo fondamentale. E questo anche per rendere più trasparente l'accesso al lavoro. Se ci rifletti un attimo puoi capire da solo perché.

Poi mi dispiace ma qui nessuno non vuole toccare temi concreti, anzi...
Tu parli dell'accesso al mondo del lavoro. Abbiamo dedicato un post apposito alla cosa. Risultato? Hanno risposto in molto pochi. Troppo pochi.
Quindi, come detto sopra, esponi, denuncia, porta a galla tutte le tematiche che ti stanno a cuore. Stai tranquillo che diventeranno oggetto di discussione, ma soprattutto verranno messe in agenda (ove già non ci fossero) per essere discusse in sact.

in trincea ha detto...

@sact
@anonimo
credo che un po' di questa mancanza di concretezza nella discussione sia colpa mia, perché ho parlato di lingua, letteratura, arte e così via, che qui da noi fanno tanto liceo classico pariolino e puzza sotto al naso. Pensavo ad altro, ma ho sbagliato lo stesso. Mi dispiace soprattutto di aver provocato il ritorno della parola "autore" con la A maiuscola, usata in senso dispregiativo. Accetto lo schiaffo a pareggio di un mio errore: ho definito "serva" la sceneggiatura e si poteva fraintendere. Negli eccessi sbagliamo tutti.

tchavolo ha detto...

@namastè
" l’autore televisivo si rivolge esattamente al pubblico a cui sa di rivolgersi, con i modi che questo gli chiede"

Che tenerezza...

Anonimo ha detto...

invece io (e non per spirito di contraddizione) penso che la sceneggiatura sia davvero serva. il suo essere 'non autonoma' è la nostra croce e delizia.Ma conferisce al nostro lavoro quel nerbo artigiano, un po' da mestieranti che dovrebbe renderci ruvidi e fieri, consapevoli che senza "gli altri" non si va da nessuna parte. che la difesa del nostro ruolo non puo' prescindere dal reclamare come un nostro diritto la qualità anche e soprattutto negli orti altrui. la figura del writer producer è un passo avanti, in questo senso, ma presuppone un sistema maturo. se no poi succede come in Brasile dove grazie al product placement e alle sceneggiature pilotate, gli head sono straricchi e arroganti. sono diventati i nuovi ras e impongono figli e nipoti, mogli e amanti esattamente come fa oggi qui chi si ritrova con un minimo di potere fra le mani.
forse per questo ho un po' di scetticismo sul fatto che potenziare la figura dell'head si rifletta positivamente sulla trasparenza in termini di accesso al lavoro. già oggi gli head suddividono la quota di puntate rimasta libera dopo le imposizioni di rito, tra le stesse persone con cui vanno alle feste,in vacanza,al cinema o in camporella. e pazienza se la puntata è così così perchè tanto - cito - 'l'head è signore e padrone' quindi al massimo se la riscrive senza troppi danni.
la vedo troppo fosca? boh?

Namastè ha detto...

@in trincea -->

sai che ti stimo e ti rispetto, come i più che partecipano a questo spazio, ma permettimi, il ruolo del "frainteso" proprio non ti si addice.

Qui nessuno si offende a parlare di arte, letteratura o del decadimento culturale del pubblico con cui produttori e autori devono fare i conti, e almeno in questo penso di poter parlare a nome di tutti. Per quanto riguarda invece il mio intervento mi limitavo semplicemente ad osservare come la discussione tendesse a uscire dai binari, con degli OT che finchè si parla del destino della soap ben vengano, un po' meno quando questi vanno a concentrarsi e ad insistere su congiuntivi come roba per l'elite (oggi costituita se non sbaglio da 2000 persone, circa lo 0,000001% del pubblico) e citazioni da Dumas che il dirigente RAI non farebbe mai passare. Lo spettatore medio di oggi sarà anche un tantinello 'gnurant ma permettetemi non ancora così stupido, eh? Stupido è semmai chi pensa il contrario, e chi sottovaluta il potere e il diritto dello spettatore di cambiare canale. Ecco, in questo senso, gli eccessi e le generalizzazioni non ci aiutano, su questo ti do ragione.

Come ti do per ragione per esempio quando dici che da una maggiore responsabilità (e quindi potere) dell'head writer/produtorre creativo ce ne avvantaggeremmo un po' tutti. Poi però mi chiedo anche a cosa serva questo potere potenziale quando ce ne usciamo con prodotti ormai sorpassati come "Amiche mie". Ecco, se vuoi andare nel concreto, potresti per esempio provare a rispondere a questa domanda, dicendomi cosa ne pensi del primo "created by" italiano. Non ti chiedo una recensione sulla "carineria" della serie o sulle buone intenzioni dell'autrice in debito con le soap - quella posso intuirla dai tuoi precedenti interventi - ma solo di dirmi se, per esempio, ci hai visto qualcosa di "nuovo".

tchavolo ha detto...

@namastè
"Lo spettatore medio di oggi sarà anche un tantinello 'gnurant ma permettetemi non ancora così stupido, eh? Stupido è semmai chi pensa il contrario, e chi sottovaluta il potere e il diritto dello spettatore di cambiare canale"... o gli impedisce di godere di una battuta su Dumas, appunto. Prova a guardarti una puntata di "Padre Brown" con Rascel e una di "Don Matteo" (che ne è la versione "moderna"): fa impressione vedere il tipo di tematiche che il pubblico di allora, certo con un numero di laureati minore di quello attuale, veniva ritenuto in grado di affrontare (roba grossa: tipo il libero arbitrio, l'anarchia...). Di certo il pubblico di oggi sarà distratto dalla maggiore offerta televisiva, ma è un buon motivo per offrirgli brodaglia da tutte le reti contemporaneamente?

Namastè ha detto...

"Don Matteo" la versione moderna di "Padre Brown"? E qui mi doveva essere consentito l'uso della faccina perplessa.

Prova invece tu a guardare almeno un episodio di "Father Ted", dopo averlo cercato su Google, e poi se ne vuoi ne riparliamo.

Sulla "brodaglia" sono d'accordo, e infatti se vai a rileggerti un paio dei miei interventi, continuo a dire che il pubblico fa bene a esecitare il libero arbitrio di cambiare canale, anche quando significa dover uscire dai propri confini. Fallo anche tu ogni tanto.
Altro che anarchia...

Abbastanza tenero? :-)

Nina Marsocci ha detto...

Ragazzi, ma che state dicendo? Parlare della "materia" del nostro lavoro è una stronzata? Una cose di cui un sindacato non dovrebbe occuparsi? Ma non lo sapete che LA PERDITA DI FORZA CONTRATTUALE PASSA SEMPRE – ANZI, SOLO – DALLA DEQUALIFICAZIONE, DAL DEMANSIONAMENTO? ED E’ PROPRIO IL DEMANSIONAMENTO CHE CI PORTA AD ESSERE TUTTI INTERCAMBIABILI? Vi riempite la bocca con gli americani – loro qua, loro là – ma negli Stati Uniti nessuno si permette di dire ad uno sceneggiatore: tu sei uno scrittore di canovacci. I management hanno ben chiaro che la loro forza è proprio nell’essere riusciti a creare un’industria culturale ricchissima, e che crea Pil , intorno a copioni che sono VERE E PROPRIE PARTITURE MUSICALI. Echi, rimandi, giochi di specchi, ricchezza lessicale: tutto questo ben di Dio a servizio del plot. Che, grazie all’ UNICITA’ del lavoro degli scrittori, fa utili! E poi vi meravigliate del loro enorme potere contrattuale? Negli Stati Uniti non esistono scrittori di serie A o B proprio perché questo approccio imprescindibile al copione vale per tutto: per le gag, le sit –com, le soap, le serie di prime time. Questa è una riflessione metabolizzata dal sistema produttivo americano. Che legittima, rende onore a tutti i generi.

@ Namasté: hai completamente frainteso il mio intervento. Non lo hai proprio capito. E se lo riporti decontestualizzandolo...Non lo so, ma non mi sembra una cosa corretta. Te lo dico perché resti agli atti.

@In Trincea:
non devi assolutamente scusarti per il tuo bell'intervento di domenica.A differenza di tanti altri hai centrato il problema. Noi combattiamo con delle armi spuntate. E non per colpa nostra. La "lingua ricca" (che significa lintegrazione di più piani di scrittura) - quella che dà dimensione, è la base, la stessa ragion d’essere, di tutte le grandi serie americane. Ne cito due, sofisticate e popolari: “In Treatment” e “Law & Order Criminal Intent”, dove tutti i livelli di scrittura (verbale e visiva) sono così interconnessi da rappresentare il vero DNA della serie. Indispensabili al suo successo.

Non lo so, forse sbaglio io, ma sono convinta che come sindacato mettere sul piatto della bilancia la consapevolezza dei nostri mezzi e delle nostre potenzialità, ed una nostra idea di qualità ci mette con le nostre controparti in una posizione completamente diversa.

C’è chi lavora tantissimo e chi pochissimo: che posso dire? Che è vero. Il nostro sistema è malato. E se è malato è anche perché oggi, grazie alla dequalificazione, chiunque riesca a tenere una penna in mano pensa di poter fare lo sceneggiatore. E state sicuri che se è incapace ma è amico di qualcuno – oppure qualcuno ha interesse (il famoso do ut des) ad inserirlo al posto nostro ce lo metterà, tanto se le serie vanno male non è mai colpa di nessuno. Poi, però, quando si comincia a dire che la fiction non garantisce ascolti e gli investimenti si riducono, ci rimettiamo tutti. Dite no ad un ufficio di collocamento? Be’, sicuramente garantirebbe trasparenza. Sarei per proporre un sistema misto: 50% a chiamata diretta e 50% per cento tra gli sceneggiatori che hanno meno da fare. Sarebbe un bel passo avanti, anche per assottigliare i margini di arbitrarietà che ci sono oggi.

Nina

PS: comunque, vi chiedo scusa anch'io. Non capisco il "sindacalese". Forse per questo vado fuori tema.

tchavolo ha detto...

"Don Matteo" la versione moderna di "Padre Brown"?

Decisamente sì, a meno che non ti ricordi di qualche altra serie su un prete investigatore prodotta dalla RAI.

P.S.

Non capisco perchè citi "Father Ted": prevedi un cambiamento di sede per il Vaticano? Perché sarebbe l'unico modo per produrre da noi una serie come quella... :)

Anonimo ha detto...

nina, complimentoni per il coraggio. Sistema misto? prevedo boati di risate di scherno tra i colleghi.ma te li vedi quelli che si sono scavati la nicchietta all'ombra del capostruttura o dell'amico head, che aggiungono un posto a tavola dicendo "favurite, signò"?

scherzi a parte, ci si accontenterebbe, ripeto, che il problema venisse avvertito e sollevato come reale. E discusso apertamente, invece di essere il convitato di pietra. quel che a me e forse ad altri come a me piacerebbe sapere è se i colleghi pensano che è giusto, che ci dobbiamo stare al fatto che succedano cose tipo : serie da 18 episodi, il produttore chiede e ottiene che tre (3!) sceneggiature da cento vengano assegnate a una stagista...

serie da ventisei episodi , cinque assegnate in blocco a qualcuno uscito fresco fresco da qualche scuola di fiction...e via di questo passo.

ricordo, tra l'altro che tutto questo avviene nella 'prestigiosa' prima serata, mentre ancora oggi il dialoghista di soap, non fisso, (rido: magari scrive puntuale come un orologio da dieci anni!!) continua ad avere un contratto rigorosamente singolo, puntata per puntata. Avvilente davvero.

tchavolo ha detto...

Purtroppo questo può accadere perchè il livello di quello che si scrive oggi è così basso che di fatto questi signori alla fine, con qualche aiutino, ce la fanno a scrivere una puntata da 100 che fa schifo più o meno come quella scritta da uno sceneggiatore vero costretto a procedere legato, bendato, col freno a mano tirato e in retromarcia. Se questo sia avvenuto per caso o per un preciso disegno, non saprei dirlo... ma di certo è avvenuto.

in trincea ha detto...

@namastè
Non mi sottraggo su Amiche mie. No, in senso assoluto, non è molto nuovo: ci sono situazioni che sembrano (anche se Cristiana protesta e protesterà in proposito) trasferite quasi di peso dal cinema o da altro. Ma in senso relativo (cioè per l'Italia) è nuovo, nel senso che la femminilità descritta non è appoggiata ad un ruolo (commesse, parrucchiere ecc) né ad un giallo, né a una famiglia (caterina e le figlie) ma vive esclusivamente della propria rappresentazione. E in questa rappresentazione c'è verità, cinismo (evviva!), sincerità, desolata e fiera assenza di via retta: e questo io lo trovo nuovo e coraggioso, a due passi dal cupolone e a fianco di programmi similari imbottiti di strizzate d'occhio al pubblico, in tempo di favole. Amiche mie si presenta ironico, simpatico, ma non è stato fatto per piacere, per accondiscendere. Io ci sento questa novità e al momento mi tolgo il cappello. Il created by non produce subito una fiction migliore ma la mette in condizione di migliorare. E AM in questo apre una strada.

Anonimo ha detto...

in dosi meno enfatiche, quoto.
se il sistema ci ha costretti a rallegrarci perchè finalmente 4 donne televisive invece di essere prelevate di peso direttamente dagli anni 50 (A VOLTE SENZA NEMMENO PASSARE PER IL CAMBIO COSTUMI) SI SEPARANO E trombano più o meno allegramente, siamo disposti anche A SORVOLARE SU intrecci non esattamente entusiasmanti. il resto speriamo, verrà

cristiana farina ha detto...

@ in trincea: io non ho niente da replicare! lo hai fatto benissimo tu. Come potrei protestare se si riconsce uno spunto tratto da pane e tulipani o un altro tratto da little miss sunshine?! E' vero! ma allora bisognerebbe rimproverare soldini perché ha copiato il suo spunto dal libro di ann tylor 'Per puro caso'... ma chi se ne frega! Il film è tutt'altra cosa, come è tutt'altra cosa la serie! Credo che tu abbia sottolineato perfettamente quelle che anche io e paola riteniamo le peculiari qualità di AM. viva la libertà e un po' di spensierato approfondimento... è tutto ciò che volevamo essere, niente di stravolgente. AM non è lost né sex and the city, né californication... è qualcosa che ci riguarda più da vicino, e lo dimostrano le molte donne che come noi lo apprezzano. questo ci basta e ci avanza.
a tutti i 'namastè' il diritto di preferire altro da noi, con tutto il nostro rispetto. Auguri, bene e tante figlie femmine!
;-)

Anonimo ha detto...

io ci aggiungerei pure la burbera domestica nera di Julia, il personaggio bonelliano.a sua volta copiata da 'Whoopi' Goldberg.

cristiana farina ha detto...

@anonimo. questo lo ritengo un complimento perché nessuno di noi ci ha mai pensato! :-)

in trincea ha detto...

Posso chiedere una cosa a tutti gli anonimi maschi? è mai esistito un tentativo simile a AM sul genere maschile? Oltre alle divise, camici, pistole che ne fanno eroi esageratamente drammatici e - nel clima di corruzione attuale - pupazzi demodé e ridicoli, cosa sappiamo di loro? Qualcuno - che non sia femmina - ha provato a raccontare di loro nello stesso modo ironico di AM? Io ci ho provato e mi hanno chiuso la porta in faccia. Come vedete ciò che nel resto del mondo è scontato, in Italia è nuovo.

tchavolo ha detto...

"Posso chiedere una cosa a tutti gli anonimi maschi? è mai esistito un tentativo simile a AM sul genere maschile?"

No. Strano, perchè la materia drammatica di quattro tizi sbracati sul divano a giocare a Pro Evolution Soccer è assolutamete esplosiva...

in trincea ha detto...

@tchavolo
Strano? Strano che i maschi non abbiano pensato a scriverla o strano che non sia in onda?

tchavolo ha detto...

@in trincea

Io la scriverei pure ma se mollo il joystick mi segnano! :-)

Namastè ha detto...

“The Mind of the Married Man” della HBO, sit-com ideata e scritta da un uomo, e tradotta in Italia con l’irritante titolo di “Quello che gli uomini non dicono” rimane finora il tentativo più sincero e più riuscito di portare in tv le debolezze e le ipocrisie – quello che Jung chiamerebbe "animus" - della categoria maschile. In verità, ci hanno provato con toni ancora più brillanti anche in UK, la serie era “Manchild” (e meno male che non l’hanno tradotta come “uomini bambini”), anche se lì gli eterni Peter-Pan viaggiavano sui 60. E in tempi più recenti ricorderei solo il trascurabile “Big Shots”, pubblicizzato da più parti come il SATC maschile (l’acronimo vi ricorda qualcosa?), perché si sa le eroine della Bushnell sono sempre un buon traino pubblicitario, ma poi serve altro… e la freschezza o l’urgenza di un'idea non sono cose che trovi proprio dietro l’angolo.

Tentativi simili in Italia – rispondo a In Tricea - ce ne sono stati parecchi. Magari non riguardano tutta la lunga serialità ma, se ricordi, a metà anni ’90, prima e dopo il successo de “I Laureati”, era impossibile non imbattersi in una commedia italiana o ina una rivista che non parlasse del maschio in crisi: Angelo Longoni e Giulo Base su questo ci hanno costruito una carriera, come anche Tognazzi e Gasmann junior. Esaurito il filone non poteva che toccare alle donne, figure emancipate e ormai considerate adatte a governare un paese, eppure veniva fuori che non era proprio così. Fragili ed emotive (per non dire schizzate) oggi come ieri, magari col vibratore-amico nel comodino o con il seme in provetta pronti all’uso eppure sempre alla ricerca del famoso Mr. Big o del Dr. Stranamore. Da SATC in poi la lista è lunga, e non riguarda solo gli USA: Mujeres, Sex & More, Mistresses. Spagna, Germania, Australia, Nuova Zelanda, Francia. Questi solo alcuni dei paesi che hanno provato con maggiore o minore successo a cavalcare il format americano della Bushnell, che di sicuro non ha inventato un genere, ma magari è quella che, meglio di altre, è riuscita a dargli un taglio più moderno, al passo con i tempi.

Fuori tempo massimo ci arriviamo anche noi, o meglio ci arrivano Cristiana Farina-Rita Susic con “Amiche mie”, e nonostante le recensioni femminili negative ricevute un po’ dovunque (poi se Cristiana legge solo quelle sul forum del sito ufficiale o sul gruppo di Face Book è un’altra storia) una persona attenta e altrove esigente come l’utente “In trincea” riesce anche a trovarci qualcosa di “relativamente nuovo”, o ritiene addirittura che il genere maschio sia raccontato in maniera “ironica”.

Ora, io capisco che stiamo pur sempre parlando del lavoro di una collega che potrebbe aver aperto una strada e quindi magari non è la sede né il momento di mettersi a fare gli ingrati privilegiando un po’ di obiettività ma… visto che sei stato tu a lanciare la sfida, almeno questo concedimelo: tutto si può dire di AM tranne che la figura maschile ne esca bene.

E’ piuttosto vero che Cristiana (si senta libera di smentirmi), a nome di tutte le donne, voleva probabilmente prendersi la sua rivincita su tutte quelle serie misogine alla Nip/Tuck o Californication (e oggi sono tante) che mostrano le donne come decelebrate o pezzi di carne. Ed ecco quindi che gli uomini di AM (con l’ovvia eccezione del signor G/Willy Pasini, figura fin troppo idealizzata) diventano tutti fedifraghi, menzogneri, mammoni, canaglie, insomma un bel mix di “clichè da fottuto cromosoma X” (battuta della sorella di Dexter) che hanno il compito di mostrarci il maschio italiano (secondo le donne) come un gran bastardo. Capisco quindi che al 18-20% delle donne la serie piaccia proprio per questo, per questo suo schierarsi dalla loro parte, mi chiedo invece come un maschietto come te possa trovarci dell’indovinata ironia sul genere che lo dovrebbe rappresentare in una serie così smaccatamente misandrica. E se per fare un AM al maschile bisogna per forza descrivere le donne come delle gran mignotte senza nemmeno sforzarsi di fare un piccolo tentativo di autocritica, allora preferirei sinceramente la serie sui quattro maschietti che giocano al subbuteo digitale.

tchavolo ha detto...

Giù le mani dal mio format! :)

in trincea ha detto...

@namastè
dài, grazie di tutte le informazioni, ma leggi meglio i post prima di sparare a zero. Intendevo una serie italiana al maschile senza divise. Non esempi Usa o film nelle sale. A parte quella futura che scriverà Tchavolo, versandomi i diritti sull'idea, al momento questa serie non esiste. Ne dovrebbe girare una Muccino per Canale 5. L’esperimento in questione - come segnala tvBlog - si intitola Four single fathers ed è una commedia romantica (ROMANTICA, non ironica!) incentrata sulle vicende di quattro padri single. Il pilota dovrebbe essere stato girato in inglese in America quest'estate. Forse ne ricaveranno una serie che vada bene anche qui.
Comunque non ho detto che i maschi vadano trattati bene nelle serie, così come non mi pare che le femmine vengano trattate bene - anche se si privilegia il loro punto di vista - in AM.
Quello che volevo ancora una volta sottolineare è che quando si parla di novità televisive ci rivolgiamo spontaneamente all'universo mondo. Perché confronti AM con le serie americane? Confrontala con quelle italiane. E forse potresti dedurre che è il nostro paese ad essere fuori tempo massimo, (io lo penso) ma in questo paese AM- come prodotto italiano su tv generalista - è nuova. Ed è arrivata prima di Muccino. E soprattutto rappresenta la visione del mondo (parziale? copiata? imperfetta? non importa!) di una scrittrice e non di una rete o di una produzione. Questa è sì, come dici, la novità principale di AM e lo ripeto: tanto di cappello! Difende il concetto di identità autoriale. Su una serie. E questo fatto è nuovo, questo è il fatto da difendere. Chisseneimporta se non è di nostro gusto.

Namastè ha detto...

@in trincea:

come ho già detto tra le righe – e pensavo mi avessi capito - questo non è né il luogo più adatto né il momento più opportuno per mettersi a sparare a zero su una serie che ha quantomeno il grande merito di essere il primo "created by" italiano - punto indispensabile su cui tutti noi, INSIEME, SACT compresa, da qui a qualche mese, dovremo lottare - e infatti non l'ho fatto, non ho sparato a zero, non come avrei potuto. Avrei preferito starmene zitto anche dopo la replica inviperita di Cristiana, e infatti, se vai a vedere, l'unico punto su cui mi sono sentito in diritto/dovere di replicare è quello per cui tu stesso hai sollecitato un intervento, sfidando gli utenti maschi del blog a fornirti il titolo di qualcosa di simile già fatto in Italia.

E ti ripeto, magari non lo si è fatto in TV, ma al cinema si è già provato. Il maschio in crisi andava di moda 10 anni fa, oggi non più, oggi è tornato di moda il maschio macho, per cui non sorprenderti se ti bocciano le idee (dopotutto siamo ancora un paese maschilista, di fatto in mano agli uomini) e magari, quando fai una domanda specifica preparati anche a ricevere delle risposte che potrebbero non piacerti.

Perché se tu per primo mi dici che il genere maschile descritto in AM è reso con ironia, il minimo che io posso fare è dire che forse ti sbagli, o cominciare a pensare che la serie in questione non l'hai vista. E visto che non è così, allora avresti fatto meglio a puntare la tua linea difensiva su altri argomenti, perché ti ripeto, nella veste di spettatore maschio, in AM la nostra categoria non è raccontata con ironia, né soprattutto in maniera oggettiva. Il gruppo di donne sceneggiatrici ha già deciso che il maschio è un essere infimo, e così ci sarà mostrato. Se tu in questo - da uomo è chiaro - ci hai visto dell'ironia approfondita, nel mio caso non sono riuscito a individuarla, o perdonami a me non m’ha fatto sorridere.

Poi, permettimi, ma l'accusa di tirare fuori gli esempi dei format stranieri per spiegare i format italiani, mi sembra inconcludente. E' chiaro che è col panorama italiano che dobbiamo comunque confrontarci, ma se come autori decidiamo di raccontare una storia di quattro donne in carriera (nel caso di AM, due e mezzo) che sono sfortunate in amore, bisogna anche mettere in preventivo che il pubblico e la critica tireranno le somme e diranno giustamente che quella storia l'hanno già vista, in altre salse, quello che vuoi, ma che allora non si pubblicizzi come un prodotto nuovo o moderno quello che in verità non lo è.

E qui torniamo al famoso discorso della "serie creata da" o della presunta identità autoriale che dicevi tu. A cosa serve creare qualcosa, e tra poco battersi per vedere riconosciuta la proprietà intellettuale di una nostra creazione, quando poi noi autori per primi, per illustrare al pubblico una nostra idea, siamo costretti subito ad andare sulla difensiva, spiegando cosa quell' idea "non è", e solo in un secondo momento, se ci riusciamo, cosa invece secondo noi è o vorrebbe essere? Che cosa difendiamo? Il nostro diritto di adattamento? Il nostro diritto di fare dei remake in salsa mediterranea? Quando riusciremo a presentare una nostra idea, come unica e come nostra, di noi autori televisivi, e non partorita da format stranieri o da libri di successo poi diventati storie di successo anche al cinema forse potremo anche cominciare a parlare di VERA identità autoriale da difendere anche a costo di scendere in piazza. Ma fino ad allora, questo rimane solo un riscaldamento preparatorio. Per vincere le nostre battaglie servirà altro, e serviranno innanzitutto delle idee.

PS: La serie di Muccino non è più una serie, cancellata anche questa, forse va al cinema diretto da altri, più probabile che diventi un film-tv.

Namastè ha detto...

@cristiana:

A nome di tutti i Namastè che hanno il diritto di cambiare canale ho dimenticato di dire una cosa, e qui, si capisce, parlo esclusivamente come spettatore: il fatto che cerchi di tenermi costantemente aggiornato seguendo anche quello che viene da fuori, non significa che mi piaccia parlar male o snobbare il made in Italy ad ogni costo.

In altre occasioni sono stato poco tenero anche col made in USA, spiegando che dai format stranieri attingono anche loro, anche se non loro caso anziché importare si preferiscono i remake, guadagnandoci sopra e poi esportando a loro volta. E può darsi - anzi è sicuro, non lo nego - che proprio il fatto di confrontarmi con molta fiction estera, e non solo americana, faccia sì che il mio giudizio risulti essere anche in queste pagine un po’ troppo severo. Ma credo anche che dovremmo esserlo un po’ tutti, più severi e più esigenti. Perché se non riusciamo ad esserlo nei confronti degli altri come semplici spettatori, come possiamo pretendere di esserlo verso noi stessi come autori? Ecco, se riuscissimo tutti noi ad essere un po’ meno indulgenti con noi stessi come lo siamo in altre occasioni, e nel nostro privato – non certo su un blog - con gli altri, non potremo che migliorare. Abbiamo ottime potenzialità, non dimentichiamocelo mai, e certo un sistema che rema contro e che spesso imbavaglia con cui fare i conti, ma di creare delle ottime serie in grado di competere o addirittura ispirare le televisioni straniere siamo capaci anche noi. Vedi “Romanzo Criminale”, ottimo esempio (per regia, scrittura e per una volta anche interpretazione) di “made in Italy” particolarmente riuscito come non si vedeva da anni. Quanto ad AM, se avesse descritto gli uomini con più affetto, avrei anche continuato a seguirlo.

in trincea ha detto...

forse è il momento di riproporre il post di @sact

"Qui in Italia, però, c'è un pregiudizio culturale nei confronti degli sceneggiatori televisivi. Un pregiudizio che nega che abbiano la capacità di immaginare mondi e dar vita a personaggi dello stesso calibro di un romanziere."

Penso che ormai @namastè su questo possiamo essere d'accordo. E' necessario deporre il pregiudizio, subito, a partire da noi. Tu per me, io per te. Non possiamo fare come san Tommaso e aspettare l'IDEA per infilarci le dita. Intanto diamoci credito. Ci serve.

cristiana farina ha detto...

namasté una cosa intelligente l'hai detta: non è questo il luogo in cui sferzare attacchi al lavoro dei colleghi. (ci sono i tvblog del caso per farlo, nel caso tu non lo sappia) tra l'altro evita di essere scorretto usando affermazioni false. Io non leggo solo questo blog! ti invito ad informarti meglio sulla critica delle donne ad AM guarda Norma Rangeri sul Manifesto, Alessandra Comazzi sulla stampa, Michela Urbano sul Messaggero (proprio oggi ne è uscita una sua nuova che definisce il nostro lavoro 'superlativo') Debora su tvblog, etc Ripeto il concetto: in tempo di crisi come la nostra capisco che si diventi lupi, ma neanche questi, se hanno fame, arrivano a sbranarsi tra di loro. Quello che stai facendo a mio avviso è come rubare in casa dei genitori se si ha fame. Almeno abbi il coraggio di farlo senza maschera, e fai come me, mettiti in gioco e firma i tuoi così 'ben' documentate post! (adesso sì che sono inviperita, non certo prima, sciocco!)

Nina Marsocci ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Nina Marsocci ha detto...

@ Cristiana:
Il tuo mi sembra un intervento grave. Pretendere di sacrificare la libertà di espressione e di critica (art. 21 della Costituzione) al totem del "created by" è paradossale, oltre che ridicolo.

Ci puoi dire che percentuale di share viene garantita alle aziende che comprano spazi su "AM"?

Nina Marsocci

PS: e ti assicuro che, per quanto mi riguarda, non rientro nella categoria degli "affamati". Io, tutte le mattine, mi alzo alle 6 e vado a lavorare per guadagnarmi la pagnotta.

Namastè ha detto...

Facevi meglio a commentare il nuovo post di sact, Cristiana. Questo sciopero s’ha da fare oppure no?... Insomma, qual è l’accusa di grave scorrettezza che mi viene rivolta? Di aver parlato bene di altri colleghi che seppur su altre piattaforme sono stati sì superlativi, e di non essere stato altrettanto carino col tuo lavoro?

O è della critica che vogliamo parlare? Come funziona? E’ cattiva e poco obiettiva quando di un nostro lavoro ne parla male, e d’un tratto diventa attenta e costruttiva quando invece ne parla bene? Se avessi voluto basare la mia critica ad AM sulle recensioni negative - che di sicuro superano quelle positive - lette finora, avrei pubblicato i link o citato le fonti, e in quel caso sì che sarei diventato scorretto. Invece non l’ho fatto, come mi sono ben guardato io stesso dall’addentrarmi in una recensione approfondita che su queste pagine non avrebbe giovato a nessuno.

L’unico punto su cui ho incentrato i miei interventi, e l’ho già spiegato, riguardava l’invito lanciato da “In trincea” a fornire degli esempi di categoria maschile raccontata così bene e con altrettanta ironia di AM. Dal punto di vista di una donna bastonata dalla vita e dagli uomini sicuramente sì, dal punto di vista di un maschietto beh, mi sono permesso di dubitarne, motivando peraltro questa mia legittima perplessità. E’ solo su questo punto che ho basato il mio intervento, non certo sui superlativi o dispregiativi che nelle varie recensioni si sono sprecati. Ed è solo su questo punto che, caso mai, ti saresti dovuta sentire in dovere di replicare, di difendere il tuo lavoro e quello delle tue colleghe.

Se poi non possiamo nemmeno esprimere un nostro parere sul lavoro di un collega, come in altre discussioni abbiamo sempre fatto con altri, perché questo non fa bene alla nostra causa e non aiuta, accetto il tuo invito, e quello rivoltomi da “In trincea” di darci credito, di rimanere compatti, e me ne sto zitto. Ma respingo decisamente la tua tesi secondo cui, se si parla male dei colleghi, lo si fa per invidia, ritorsione o come vile atto di codardia. Io non ti conosco Cristiana, non opero nell’ambiente delle soap, mai avuto a che fare con te, il mio nome non ti direbbe nulla. Dispostissimo a far cadere il mio anonimato, a mostrare la mia faccia e a mettere la mia firma quando ci decideremo a smetterla con le chiacchiere e ci renderemo conto che è arrivato il momento di posare le matite, spegnere i PC, e iniziare a picchettare sotto casa dei prepotenti. Ma finché si tratta di manifestare su un blog, beh rimango Namastè. In indiano significa “m’inchino a te”. Un segno di pace.

Niente di personale cara, only my opinion.

SACT ha detto...

@Namasté: Lo abbiamo già scritto, lo ribadisci anche tu, non dovrebbe essere questo il luogo per criticare il lavoro dei colleghi, soprattutto quando abbiamo dato la possibilità ai bloggers di scrivere in modo anonimo.
Questo anonimato va usato in modo responsabile. Non vogliamo limitare la tua libertà di espressione, ma perché criticare AM quando quello di cui varrebbe la pena parlare è il ruolo ricoperto da Cristiana Farina? Ci sembra uno spreco di forze, soprattutto ora che le forze sono preziose. Ti invitiamo a rifletterci, tutto qui.

@cristiana: esprimere un parere personale è legittimo, l'importante è non travalicare certi limiti diventando offensivi o diffondendo notizie false. Quando accadrà interverremo, come abbiamo già fatto.

Per tutti quanti: c'è un nuovo post nel blog che pone un problema mastodontico: come si scelgono i progetti. Forse si potrebbe passare a discutere quello. Ma, come sempre, liberi di fare quello che volete...

paolaf ha detto...

Nel mood velenoso, livoroso e avvilente che si è creato in questa discussione mi sento di intervenire per mettere a fuoco un concetto. Amiche mie può piacere o non piacere, ci si può riconoscere o meno, i maschi possono protestare, ok, va benissimo. Ma quello che si dimentica - e che a mio avviso IN QUESTA SEDE ha valore - è che è una fiction che ha una sua identità, bella o brutta che sia, non sta a me dirlo, ovviamente visto che sono co-autrice. Ma in quanto co-autrice e unica testimone oculare posso dire che se AM ha un'identità è stato in gran parte grazie al ruolo di produttore creativo svolto da
Cristiana, e all'energia potente e stupefacente che si è creata attorno a questa nuova figura in tutte le fasi della lavorazione del film; è grazie a questo ruolo che io oggi riconosco quello che ho scritto, per la prima volta in 12 anni. E questa mi sembra la vera conquista. Questo mi sembra 'faro' e 'luce', per tutti noi, e mi chiedo: com'è possibile non esaltarsi per questo? Le discussione sul gusto, libere e legittime, sono interessanti o irritanti, ma - lo ripeto - in questa sede, in questo momento - mi sembrano un po' inutili.

Anonimo ha detto...

concordo con paola al 100%. AM ce l'ha un'identità. con molti limiti ma ce l'ha, eccome. e non è stando qua a spaccare il capello in quattro che la cosa cambia. mi pare che gli "anomimi" maschi non stiano dando un bello spettacolo parlandosi addosso e perdendo di vista la questione. che poi è: siccome gli head sono gli unici a contare qualcosa e a poter spuntare qualcosa appoggeremo le loro mozioni? certo che sì. vada per il created by, vada per l'arbitrio sugli sceneggiatori, vada pure per lo jus primae noctis. ecco magari ci promettano di sceglierli davvero per i meriti, gli sceneggiatori e non per affetto.che è una bella cosa intendiamoci, ma poi si creano "le factory" che altro non sono che il clan celentano riveduto e corretto.
sul codice deontologico, io qualche dubbio ce l'ho. E'troppo facile aggirarlo e il controllo è zero.ci rimette sempre il povero fesso che vi si adegua .
firmato:anonimA